E’ il momento di ascoltare il silenzio dei saggi. Silvia rapita in Kenya, XI giorno


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 Foto: Facebook


  Silvia Costanza Romano  




“C’è un inevitabile riserbo vista la delicatezza della questione”. Il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è stato chiaro: sul rapimento in Kenya di Silvia Romano è il momento del silenzio. Un riserbo quanto mai necessario per arrivare a una soluzione positiva della vicenda. Ne è convinto il nostro ministro degli Esteri che spiega: “Stiamo seguendo il caso molto da vicino e ci auguriamo che queste notizie che arrivano dalle autorità del Kenya, che a loro volta stanno seguendo il caso, possano trasformarsi in notizie completamente positive”.

L’area dove è avvenuto il rapimento è lontana dalla costa dove si concentrano i villaggi turistici meta di migliaia di italiani ed europei. E’ un territorio relativamente tranquillo, dove gli unici occidentali sono quelli che lavorano per associazioni e ong che promuovono progetti sociali e sono ben accolti dalle comunità locali.

Una zona povera vicina ai ricchi resort

Nonostante l’area del rapimento sia vicina, appunto, alla costa ricca e frequentata dagli occidentali, queste aree sono abbandonate a loro stesse e per questo l’attività dei cooperanti è apprezzata. Ma è anche una zona in cui i banditi hanno più facilità di movimento, perché meno controllata dalle autorità e dove – e questo potrebbe essere un vantaggio per la ricerca della giovane italiana – la consuetudine delle tradizioni tribali diventa legge.

Dunque il ruolo degli anziani è fondamentale. Anziani cui, immediatamente, hanno chiesto collaborazione le autorità keniane. Il territorio è abitato da diverse etnie, ma quella più influente, nelle circostante del rapimento, sembra essere quella dei pastori semi-nomadi Orma, che hanno condannato il rapimento e hanno lanciato un monito: guai a chi aiuta i rapitori. Un monito che diventa legge nelle tradizioni tribali.

La complessa geografia dei clan

I tre rapitori, tuttavia, non appartengono a questa etnia, come ha spiegato nei giorni scorsi il comandante regionale della polizia, Bernard Leparmarai, ma “ai Wardei”. Rimane che i tre sono criminali comuni che “non hanno a che vedere con il loro clan, ma sono sostenuti da pochi abitanti delle terre che attraversano. Per questo siamo in contatto con gli anziani delle tribù per avere la loro collaborazione”. I tre rapitori, tuttavia, potrebbero essere stati aiutati proprio dalla etnia dei Wardei che fa dell’accoglienza a chiunque un principio sacro.

Gli inquirenti, tuttavia, si muovono in un’area di macchia, savana e foresta a ridosso del fiume Tana, inospitale e in buona parte inesplorata, dove vivono, comunque, comunità attraverso le quali è possibile procurarsi cibo e acqua e dove è possibile trovare un rifugio sicuro da dove, in tutta tranquillità, poter proseguire le trattative per il riscatto.

Il silenzio della saggezza

Dopo i giorni delle dichiarazioni e dell’ottimismo sono arrivati i giorni del silenzio, che nell’immaginario collettivo sembra non portare niente di buono, ma che in Africa, spesso, è sinonimo di saggezza: la saggezza degli anziani che nei consigli prendono decisioni importanti senza sprecare parole. 
 

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