Drughi, il potere resta ancora bianconero


Hanno fatto epoca due film dallo sguardo fino ad allora inedito delle tifoserie: Il potere deve essere bianconero (1977) e in seguito Ragazzi di stadio (1980) di Daniele Segre che con uno stile inedito riprendeva i cambiamenti della società. Negli anni ’70 la violenza negli stadi era tollerata e come veicolata per smorzare i movimenti politici.
Torni tra le tifoserie torinesi con «Ragazzi di stadio quarant’anni dopo» che sarà presentato al Torino Film Festival
È un film totalmente nuovo dove però ho utilizzato anche scene di Ragazzi di stadio e Il potere deve essere bianconero e alcune foto che sono state pubblicate nel libro Ragazzi di stadio edito da Mazzotta.
Volevo far vedere cosa è successo, oggi è cambiato completamente tutto. E poi prendo in considerazione solo un gruppo di tifosi ultras che sono i Drughi della Juventus.
Hai lasciato fuori il Toro
Ho trovato più interessante per raccontare questa storia stare solo su questo gruppo molto più numeroso e organizzato
Direi che ha quasi una struttura aziendale. E già nel primo film erano abbastanza organizzati
Era un embrione di qualcosa che stava diventando, ma non c’è paragone tra quello che era e ciò che è adesso.
Sembrerebbe un business
Penso proprio di sì, io non tratto questo nel film, ma ne ha parlato Reporter recentemente, le cose uscite su questo gruppo possono dare l’idea di cosa sono diventati. Negli anni Settanta c’era una mutazione, non a caso avevo intitolato il primo lavoro Il potere deve essere bianconero perché ero rimasto colpito da una scritta sui muri, c’era stata una mutazione tra il politico e lo sportivo. Nel ’68 si gridava per le strade «Il potere deve essere operaio», a distanza di dieci anni gridavano «Il potere deve essere bianconero» e quello è stato il titolo del corto che ho fattonel ’77. Nel corso degli anni si è trasformato tutto anche rispetto all’egemonia politica del gruppo. Se allora c’era la destra, la sinistra, adesso c’è solo la destra nella tifoseria. Da molti anni sempre di più in modo chiaro e forte I Drughi «secondo anello curva sud» si riferiscono alla collocazione che hanno nello stadio della Juventus, la loro identità è un’identità di destra rivendicata con canti e simboli. Non è che io le evidenzio in modo didalimente nelle modalità in cui queste persone si esprimono in situazioni corali di gruppo.
Tu frequenti gli stadi?
No, lo facevo all’epoca, quando giravamo, adesso non più perché è cambiato tutto. Non ci hanno fatto neanche entrare nello stadio della Juventus a filmare. Ormai lì è diventato tutto business, io ho chiesto l’autorizzazione ma non mi è stata data. Tutte le testimonianze che ho raccolto in quest’ultimo film le ho fatte nella sede dei Drughi a Moncalieri. Il gruppo di tifosi della Juve è quello più numeroso in Italia. I Drughi hanno sezioni in Italia e anche all’estero, Germania, Svizzera, Francia. In occasione delle partite importanti della Juventus del campionato o della Champions arrivano da tutte le parti d’Italia e d’Europa, come tifosi e come appartenenti ai Drughi. I Drughi Magenta arrivano da Milano ed esistono da più di trent’anni. Lo striscione dei Drughi la prima volta è stato esposto a Torino nel 1988.
Perché hai voluto riprendere questo discorso?
Perché credo che sia una storia importante e contemporanea che va oltre il calcio, bisogna vederlo per capire anche alcune questioni che sono veramente dirompenti dal punto di vista sociale e che rappresentano un momento di importante attualità, positiva o negativa non sta a me dirlo, sicuramente è una cosa su cui riflettere.
Mentre la politica è messa da parte questo dà un senso di appartenenza fortissimo
Assolutamente sì
Quindi anche un bacino di voti
È probabile.
Dammi qualche aggiornamento sul corso triennale di reportage della sede Abruzzo del Centro Sperimentale che dirigi
È un’esperienza importante anche se con difficoltà che speriamo di superare e che non dipendono da noi ma dal sistema che ci permette di sopravvivere. È da quando è nata che questa sede convive con questi problemi. I risultati ci danno ragione e sono onorato di vivere questa esperienza come direttore didattico della sede Abruzzo e mi prodigo per ottenere risultati che siano all’altezza della scuola Nazionale di cinema. Il 19 dicembre come ogni anno presentiamo i risultati dei lavori di quest’anno sono tutti incentrati sulla «periferia aquilana». Ci sarà una mostra fotografica, documentari, reportage scritti e lavori video. Lo scorso anno avevamo raccontato la montagna aquilana, due anni fa l’Abruzzo che cambia, prima ancora la condizione giovanile aquilana e il primo anno abbiamo dedicato un’iniziatvia a «L’Aquila frammenti di memoria» a partire dalle tracce che aveva prodotto il terremoto.
I tuoi studenti cominciano già a lavorare?
Quelli che si sono diplomati, stanno lavorandoquasi tutti e questo è per noi di grande conforto. Abbiamo docenti importanti da Giorgio Zanchini conduttore di Radio Anch’io che fa lezioni di giornalismo radiofonico, Daria Corrias che si occupa di radiodocumentari, responsabile di Tresoldi, abbiamo registi reporter. Quest’anno abbiamo avuto una tragedia, è venuto a mancare Emiliano Mancuso a soli 47 anni, fotografo che si è occupato di immigrati e di altre situazioni di tipo sociale.
Tu sei stato il primo a realizzare un certo tipo di documentari
La cosa incredibile che mi ha colpito molto perché sono passati quarant’anni, è che sia Ragazzi di stadio che Il potere deve essere bianconero per queste persone che ho incontrato rappresenta ancora un mito e il fatto che io sono l’autore di quei due lavori è stato il lasciapassare che mi ha permesso di stabilire un rapporto con i Drughi, per il rispetto che mi portano e questo si può leggere anche nei siti, nei blog dei vari ultrà sparsi per l’Italia: gli ho dato il diritto di parola, poi lo spettatore farà le sue valutazioni, io non esprimo giudizi, io racconto storie, non esprimo pareri, non sono un giornalista d’inchiesta, sono un regista e sono uno che non fa propaganda, cerco di raccontare delle storie di umanità diversa con l’intento di conoscere queste realtà e avere più elementi per conoscere la complessità della realtà, questo è il mio ruolo. Ho voluto raccontare la trasformazione di quarant’anni da quando li ho incontrati per lap prima volta. È un passaggio interessante del nostro paese, aveva un senso raccontarlo perché è una bella cartina di tornasole che va oltre il mondo del calcio.


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