Cracovia omaggia il maestro Andrzej Wajda


Andrzej Wajda come non è mai stato raccontato a casa sua: «Dopo aver compiuto 90 anni ho pensato che è arrivato il momento di andare in paradiso. Il mio destinato è segnato. Chiedo soltanto una cosa. Dovrà assomigliare, o meglio, essere a Cracovia. Niente di meglio che il parco di Planty in una giornata di sole», aveva confessato il grande cineasta polacco poco prima di spegnersi più di due anni fa. La sua ultima pellicola Powidoki (2016) è ambientata a Łódz e racconta del conflitto del pittore d’avanguardia Władysław Strzemiński con il realismo socialista e lo stalinismo prima degli anni della cosiddetta piccola stabilizzazione” del governo Gomułka cominciata nel 1956. Eppure la ribellione dell’artista viene raccontata con il tono sobrio e crepuscolare di un maestro di cinema sul viale del tramonto, un po’ come l’Akira Kurosawa di Madadayo (1993), l’ultimo film del regista giapponese. In una delle sue ultime interviste Wajda aveva raccontato al Manifesto-Alias (edizione del 14 giugno 2014 ndr) l’amicizia che lo legava a Kurosawa del quale ha realizzato anche un ritratto a penna durante uno dei suoi soggiorni in Giappone. Del Wajda disegnatore e acquerellista non vi è molto nella grande retrospettiva dedicatagli dal Museo nazionale di Cracovia che resterà visitabile fino al prossimo 8 settembre. Eppure la mostra cracoviana si sofferma anche sulle sue aspirazioni come pittore dopo l’ingresso all’Accademia di Belle Arti con due nudi dipinti nella seconda metà degli anni Quaranta. Senza la pittura Wajda non avrebbe capito che c’era il cinema lì ad aspettarlo. Proprio la grandezza riscontrata in un dipinto della serie delle “fucilazioni” realizzate dall’amico e compagno di studi Andrzej Wróblewski, avrebbe spinto Wajda a farsi un esame di coscienza sulle sue reali possibilità di diventare un pittore. Lo apprendiamo in una lettera del 1954 del futuro cineasta all”indirizzo di Wróblewski scomparso tragicamente tre anni dopo colto da un malore durante un’escursione sui monti Tatra. L’esposizione curata da Rafał Syska passa in rassegna il cinema di Wajda nella sua interezza utilizzando filmati, documenti e oggetti di scena senza stabilire alcuna gerarchia qualitativa: i film in costume come Danton (1983) o Pan Tadeusz (1998), i lungometraggi che compongono a posteriori la “trilogia degli uomini” (marmo, ferro e speranza) ma anche una produzione copiosa dedicata alle atrocità del secondo conflitto mondiale e dei cui fantasmi Wajda non sarebbe mai riuscito a liberarsi da vivo. Dopotutto come avrebbe potuto essere altrimenti dopo aver scoperto che il padre Jakub era stato fucilato nel massacro di Katyń? L’esposizione dedica anche ampio spazio all’infanzia del regista e alle sue “case”. Non soltanto a Cracovia ma anche a Varsavia nel quartiere di Żoliborz dove Wajda si sarebbe poi stabilito insieme a Krystyna Zachwatowicz scenografa e costumista. E con lei che avrebbe dato vita negli anni ad un sodalizio artistico e sentimentale cominciato negli anni Settanta e interrotto soltanto dalla morte del cineasta. I frutti artistici di questo rapporto vengono mostrati attraverso alcuni dei costumi realizzati da Zachwatowicz nel corso degli anni per le produzioni teatrali di Wajda presso lo Stary Teatr a Cracovia. Wajda è stato un cittadino del mondo già prima della caduta del muro di Berlino e questo nonostante i limiti più o meno rigidi alla liberta di movimento che vigevano allora nei paesi del blocco sovietico. Giappone, Germania o Francia, il regista è riuscito a sentirsi sempre a casa anche a Cannes dove aveva subito l’ostracismo e le accuse di antisemitismo da una parte della critica francese anche per l’«onirismo ripugnante» del finale di Dottor Korczak (1990) come lo aveva definito Danièle Heyman sulle pagine di Le Monde parlando del dramma di Wajda in concorso quell’anno sulla Croisette. Ma il regista polacco è stato anche un committente di case, luoghi non necessariamente da abitare lungo il fiume Vistola come il paviglione Wyspiański dedicato ad uno dei più grandi artisti del Novecento polacco, nonché il Museo Manggha dell’Arte e della Tecnologia Giapponese progettato da Arata Isozaki e che ora ospita l’archivio personale del regista. Wajda ha lasciato ai posteri un’opera sterminata e multiforme. L’esposizione cracoviana riesce persino a dedicare un certo spazio alle sue produzioni incompiute. Progetti mai realizzati di cui magari è stata realizzata una locandina a posteriori a testimonianza di idee che non si sono mai concretizzate sul piccolo o grande schermo: un adattamento televisivo del racconto di fantascienza Invasione da Aldebaran tratto da Stanisław Lem, un lungometraggio basato sull’ultimo Stefan Żeromski e una versione moderna del Sogno di una notte di mezza estate dedicata al suo amico Piotr Skrzynecki, il fondatore del leggendario cabaret Piwnica pod Baranami, ancora oggi un luogo in fermento a Cracovia. L’esposizione intitolata a Wajda è stata realizzata con grande dovizia di particolari e con un notevole dispiego di risorse. A questo punto non va esclusa la possibilità che si trasformi presto in una mostra permanente dedicata al grande regista polacco nella sua città adottiva.


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