Così il Venezuela è finito in un mare di guai


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Boris Vergara / DPA / dpa Picture-Alliance
 


Un momento delle manifestazioni in Venezuela




Il Venezuela, nel caos con due presidenti che si contendono il potere, è il primo esportatore di petrolio dell’America Latina, immerso in una grave crisi politica, economica e migratoria.

Maduro, il contestato erede di Chavez 

Eletto presidente nel 1999, Hugo Chavez avvia una “rivoluzione bolivariana”, dal nome del leader dell’indipendenza Simon Bolivar. Costruisce la sua popolarità su un imponente programma sociale in un Paese pieno di disuguaglianze e combattendo l’analfabetismo. Eletto per un terzo mandato nel 2012, muore di cancro l’anno successivo.

Il suo delfino Nicolas Maduro gli succede ma diventa presto impopolare in un Paese che attraversa una grave crisi economica; ne seguono proteste violente che già nel 2014 fanno 43 morti. 

Nel gennaio 2016, l’opposizione conquista il Parlamento, ma la Corte suprema annulla il voto. Per oltre quattro mesi la popolazione chiede le dimissioni di Maduro. Negli scontri con le forze dell’ordine muoiono almeno 125 persone. A nulla serve l’Assemblea costituente voluta da Maduro per scrivere una nuova Costituzione. Ue, Usa e diversi Paesi dell’America latina non la riconoscono, così come non approvano il secondo mandato di Nicolas Maduro, iniziato il 10 gennaio 2019, dopo elezioni boicottate dall’opposizione.

Il 23 gennaio, due giorni dopo una fallimentare rivolta lampo di un gruppo militare, il presidente del Parlamento, l’oppositore Juan Guaidò, si proclama – durante una manifestazione anti-governativa – presidente a interim. Viene immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da diversi Paesi dell’America Latina, mentre Maduro riceve sostegno da Messico, Cuba, Bolivia, Turchia, Iran e Russia. Il Parlamento promette un’amnistia ai militari se volgeranno le spalle a Maduro, ma l’esercito è restato finora a fianco del presidente.

Il Paese dell’oro nero

Il Venezuela, oltre 916 mila chilometri quadrati e quasi 32 milioni di abitanti, è uno dei due membri latinoamericani dell’Opec. Conta su 302,25 miliardi di barili di riserve, tra le più corpose al mondo. Senza liquidità per modernizzare i giacimenti, la produzione di petrolio crolla. A novembre è di 1,13 milioni di barili al giorno secondo l’Opec, il più basso degli ultimi tre decenni.

Il crollo dell’economia

Colpito dal crollo del greggio dal 2014, il Venezuela, con un’economia basata per il 96% sui ricavi petroliferi, soffre di una svalutazione che fa precipitare il Paese in una grave crisi, generando scarsità di cibo, medicine e favorendo un esodo di venezuelani, non senza tensioni con diversi Paesi vicini. Secondo l’Onu, tre milioni di venezuelani vivono all’estero, di cui almeno 2,3 milioni partiti dal 2015. Nel 2019 il dato dovrebbe arrivare, secondo le previsioni, a 5,3 milioni. 

In cinque anni, il Pil è diminuito del 45% secondo l’Fmi. Per il 2019 la Banca mondiale prevede una contrazione dell’8%, dopo il 18% del 2018. A fronte di iperinflazione, che si prevede raggiunga il 10 milioni % quest’anno, Maduro ha quadruplicato il salario minimo a 18.000 bolivares (20 dollari secondo il tasso ufficiale), l’equivalente di due chilogrammi di carne. In agosto ha lanciato un piano di stimolo, svalutando il bolivar del 96%. Il tasso di povertà, il cavallo di battaglia della “rivoluzione bolivariana”, è salito all’87% secondo una ricerca delle principali università del Paese.
Il Venezuela soffre anche di violenza endemica, con un tasso di omicidi di 81,4 ogni 100 mila abitanti nel 2018. 

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