Con Romero la Chiesa ritrova il coraggio di non chiudere gli occhi


romero salvador martirio

Marvin RECINOS / AFP 


marcia per 38° anniversario dell’assassinio dell’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero (Afp)




Da oggi i 5 mila e più vescovi della Chiesa Cattolica avranno un maggiore aiuto dal Cielo e anche un esempio: Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo martire del Salvador, viene proclamato santo in piazza San Pietro assieme a Paolo VI che lo aveva nominato al vertice della chiesa salvadoregna, indicandogli la strada del martirio.

I tempi diventano rapidi

Il processo di beatificazione è stato lunghissimo, 36 anni, ma grazie a Papa Francesco quello per la canonizzazione ha avuto una velocità fulminante e in meno di due anni è stato completato. “Le resistenze purtroppo non sono solo a casa, ma anche fuori, e vicino a noi tante volte. La resistenza nasceva dal fatto che, come scrive il Concilio Vaticano II, come la Chiesa latinoamericana immediatamente dopo il Concilio aveva affermato: il Vangelo non è indifferente, il Vangelo non è una devozione, il Vangelo cambia il mondo. E Romero aveva compreso che, per cambiare il mondo, occorreva ripartire, come scrive il Vangelo, dall’amore per i poveri”, ha commentato il postulatore monsignor Vincenzo Paglia.

Due fasi storiche, un solo muro di gomma

Perché la Chiesa Cattolica ha avuto tanta difficoltà a riconoscere come un esempio credibile il vescovo ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava una messa nell’ospedale dove aveva scelto di vivere anche dopo l’importante incarico ricevuto da Montini? Per le stesse ragioni per le quali oggi alcuni cardinali e vescovi fanno il “muro di gomma” alle riforme di Francesco, se non apertamente le ostacolano.

Il coraggio di denunciare

Pochi mesi prima di cadere per mano degli ‘squadroni della morte’, Romero aveva detto che “il Concilio Vaticano II chiede a tutti i cristiani di essere martiri, cioè di dare la vita: ad alcuni chiede questo fino al sangue, ma a tutti chiede di dare la vita”. E lui, malgrado gli avvertimenti, non smise mai di accusare i militari, i paramilitari e gli squadroni della morte per le uccisioni degli oppositori politici, come ha ricordato Papa Francesco in un’udienza generale. In questa sua ostinazione nella denuncia, ebbe quelle che poi vennero diplomaticamente definite “incomprensioni con la Curia Romana”, ma che all’epoca contribuirono a decretarne l’isolamento che gli fu fatale.

Ucciso in odio alla fede

Appena eletto, nel 2013, Papa Francesco aveva deciso che si sbloccasse la causa di beatificazione del martire più conosciuto dell’intera America Latina, da tempo ferma presso la Congregazione delle Cause dei Santi. Tecnicamente a favorire la ripresa è stata la testimonianza rilasciata nel 2010 dal capitano Alvaro Rafel Saravia, l’unico condannato per il suo omicidio, il quale disse che Romero fu “ucciso in odio alla fede”. Ma certo la sensibilità e l’esperienza di Papa Francesco, che in Argentina ha assistito a uccisioni e rapimenti anche di suoi confratelli a opera della giunta militare di Vileda, hanno rappresentato un fattore determinate.

Il conservatore che non chiuse gli occhi

Prelato di provenienza conservatrice e vicino all’Opus Dei, monsignor Romero era stato scioccato dall’uccisione nel 1978 di padre Rutilio Grande, gesuita, e di due catechisti. Padre Rutilio era il suo migliore amico: lo aveva accompagnato dal seminario alla cattedra di primate. Davanti ai massacri che si ripetevano chiese allora un’indagine seria. Per tutta risposta i giornali di regime pubblicarono l’immagine di Giovanni Paolo II e un suo ammonimento tra virgolette: “Guai ai sacerdoti che fanno politica nella chiesa perché la Chiesa è di tutti”.

“La Chiesa deve segnalare l’ingiustizia”

Lui reagì con un’omelia rimasta celebre: “Vorrei discutere con voi – furono le sue parole – quale significato dare al Vangelo di oggi. Nozze di Cana, moltiplicazione dei pani simbolo d’una difficoltà che Cristo può sciogliere e la può sciogliere con l’aiuto degli uomini. È un pane spirituale, ma anche un pane vero che può sfamare tutti. Basta volerlo. E perché possiate avere il vostro pane è necessaria una trasformazione politica. Non sarà la Chiesa a governare la trasformazione, ma la Chiesa ha il dovere di segnalare l’ingiustizia”.

Il pastore è il suo gregge

“Vescovo fatto popolo” – come è stato chiamato – ha così messo in gioco tutta la vita per la sua gente. Pochi giorni prima di morire aveva detto: “Se Dio accetta il sacrificio della mia vita il mio sangue sia seme di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà”.

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 (Afp) 

L’obbedienza non è più una virtù

“Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine contrario alla legge di Dio. Nessuno deve obbedire ad una legge immorale. È il momento che obbediate alle vostre coscienze piuttosto che ad ordini immorali. La Chiesa non può rimanere in silenzio di fronte a un simile abominio. Nel nome di Dio, nel nome di questo popolo che soffre il cui pianto sale al cielo ogni giorno più forte, io vi imploro, vi prego, vi ordino: fermate la repressione!”.

La repressione non si fermò, fermarono lui: il vescovo che aveva 63 anni e come ogni giorno pregava tra i malati dell’ospedale della Divina Provvidenza. “Se mi uccidono, so che mi uccidono a causa del Vangelo”, aveva detto.

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