Come siamo messi davvero sul fronte startup


Come siamo messi davvero sul fronte startup

 Afp


 Il garage dove nacque Google nel 1998




Sarebbe bello se fra uno squillo di tromba per il reddito di cittadinanza, che punta ad aiutare chi non lavora; e il vessillo della flat tax, che promette di far pagare meno tasse a chi già le paga; sentissimo l’urgenza di ragionare anche su chi dovrà creare il lavoro perduto. Su come far nascere le grandi imprese italiane di questo millennio.

Le imprese non nascono mai grandi: lo diventano, a volte. Quando nascono alcune sono startup se hanno dentro una idea innovativa in grado di cambiare e conquistare il mercato. Non parliamo di qualcosa di astratto: era una startup Google, venti anni fa, creata da due studenti in un garage; era una startup Facebook, quattordici anni fa, creata da un altro studente in un dormitorio universitario.

Ma noi cosa stiamo facendo affinché i nostri giovani inventino una nuova grande impresa italiana come fecero i nostri nonni? Niente. Se le startup sono una misura della capacità di un paese di guardare al futuro, siamo prigionieri di un grande passato. Il secondo report che AGI ha presentato con Mind the Bridge sulla situazione europea (che prende in considerazione solo le cosiddette scaleup, le startup in grado di raccogliere almeno un milione di euro di investimenti, soglia minima per iscriversi al campionato), dice in sostanza che in Europa siamo undicesimi, subito dietro Olanda, Finlandia e Danimarca. Ci supera anche la Spagna che raccoglie due volte i mezzo i nostri capitali.

Regno Unito, Germania e Francia sono così lontani da essere di fatto irraggiungibili. Due numeri: in Italia 178 scaleup, nel Regno Unito 1668; in Italia un miliardo e 300 milioni di dollari investiti in un anno, nel Regno Unito 27,5 miliardi. Se poi consideriamo il numero di startup per abitanti, soltanto Romania e Polonia stanno peggio di noi. Fine. È come se gli altri schierassero Cristiano Ronaldo, Messi e Mbappé, e noi una selezione di vecchie glorie.

Aiutare chi ha perso il lavoro o non lo trova perché la rivoluzione digitale lo ha colto impreparato, è doveroso; porsi il problema di un fisco meno ostile è prioritario. Ma se non mettiamo in agenda anche il tema di chi dovrà creare il lavoro perduto, saremo un Paese dove la scelta per i giovani non sarà su come provare a cambiare il mondo ma fra fare il fattorino per Amazon, affittarsi la casa di famiglia su Airbnb o godersi il reddito di cittadinanza.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it




Link ufficiale: https://www.agi.it/innovazione/rss

Autore dell'articolo: admin