Come si fa uno sciopero della fame. Il caso Giachetti


Come si fa uno sciopero della fame. Il caso Giachetti

 Afp


 Roberto Giachetti




“Visto che voi vi dedicate alle cene e continuate a prendere tempo mentre il Pd scivola sempre più in basso, io smetto di mangiare”, il tono utilizzato su Facebook da Roberto Giachetti è perentorio: sciopero della fame fino a nuovo congresso del PD. Ma attenzione, solo nei prossimi giorni sarà chiara l’idea di Giachetti di sciopero della fame.

Sì, perché la storia è piena di scioperi della fame ma non sono tutti esattamente uguali. C’è chi rinuncia al cibo ma non all’acqua, in pochi rinunciano ad entrambi, anche perché significherebbe davvero nient’altro che lasciarsi lentamente morire. E non è questo lo scopo né di Giachetti né di chi prima di lui ha messo su questa forma di protesta non violenta e molto antica, considerato che in India è stata posta fuori dalla legge nel 1861.

I paladini dello sciopero della fame

Nell’Irlanda precristiana chi non pagava i debiti si ritrovava fuori dalla porta di casa il creditore in sciopero della fame (totale), e in caso di morte il debitore veniva considerato colpevole di omicidio. Gandhi, ovviamente utilizzò il digiuno molte volte durante la sua vita, sia per dare visibilità e valore alle sue lotte politiche sia come rito di purificazione.

Lunghe battaglie per i propri diritti sono state condotte da molti carcerati: il guinness dei primati parla, per esempio, di dieci detenuti nella prigione di Cork che nel 1920 portarono avanti la loro protesta per 94 giorni. Anche in Italia gli scioperi della fame sono stati numerosi e se da un lato Marco Pannella, leader dei radicali, ha sempre avuto la giusta considerazione massmediale, utile perlomeno a porre l’attenzione sui suoi argomenti, meno bene è andata a Salvatore Meloni, l’indipendentista sardo che si lasciò morire nel 2017 nel carcere di Uta con ancora nel cuore il sogno di una Sardegna non più italiana.

Ma è legale?

Ma è davvero possibile, o meglio legale, lasciarsi morire sotto gli occhi delle autorità, che si sia carcerati o meno? In India la risposta è certamente no. La suddetta legge del 1861 che dichiara il suicidio un reato è ancora oggi in vigore; famosa la storia dell’attivista Irom Chanu Sharmila impegnata nella lotta contro la cosiddetta “Legge per i Poteri Speciali delle Forze Armate” che nella regione del Manipur legittima le autorità a qualsiasi genere di sopruso nei confronti dei civili. Sharmila ha digiunato dal novembre del 2000 all’agosto del 2016 rendendosi così colpevole di tentato suicidio. Esatto: quasi 16 anni senza ingerire alcunché, ma tenuta in vita grazie all’alimentazione forzata (tramite tubo nasale) imposta dallo Stato.

Sull’alimentazione forzata l’associazione mondiale dei medici si è espressa nel 1975, riguardo nello specifico il problema degli scioperi della fame in carcere: “Quando un prigioniero rifiuta l’alimentazione ed è considerato dal medico come capace di formare un giudizio oggettivo e razionale riguardo alle conseguenze di tale rifiuto, sul prigioniero o sulla prigioniera non sarà eseguita alcuna operazione. La decisione relativa alla capacità del prigioniero di formare un tal giudizio dovrebbe essere confermata da almeno un medico indipendente. Le conseguenze del rifiuto di alimentazione saranno spiegate dal medico al prigioniero.”, principio ribadito nel 1998 dalla World Health Organization e adottato nello stesso anno dal Consiglio dei ministri della Comunità Europea dove si specifica però che se le condizioni dello scioperante peggiorano significativamente i medici devono fare rapporto alle autorità per prendere provvedimenti in accordo con la legislazione nazionale.

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Marco Pannella

Il caso Pannella

Per esempio, Marco Pannella giustificava così i tre cappuccini al giorno che lo aiutarono nel 2011 a portare avanti il suo più lungo sciopero della fame (e della sete) di circa quattro mesi; ne parlò durante un’intervista rilasciata al sito radicalparty.org:

“Se poi prendiamo tre cappuccini il conto è presto fatto: 40 calorie di latte, cento di zucchero. Se mettiamo nel conto la nostra attività siamo più che pari. Perché allora li prendiamo? Tentiamo di evitare che il primo organo colpito sia il cervello, il sistema che ha più bisogno dello zucchero. Di evitare il rischio di restare “non-morti” oggetti con la sola parvenza di vita: dei morti che si ignorano. Vogliamo fino all’ultimo, se possibile, essere coscienti di quel che facciamo, continuare o smettere. E vogliamo resistere nella lotta al meglio e più a lungo possibile”.

Quindi scioperare si ma, giustamente (specie quando si superano gli ottant’anni), tentare in qualche modo di mantenersi lucidi. E quello dei tre cappuccini è ormai diventata tradizione, in puro stile radicale, la stessa dieta che Roberto Giachetti, che con Pannella quegli scioperi della fame li condivise, sta seguendo adesso. Lo racconta lui stesso: “Prendo tre cappuccini al giorno nella tradizione radicale, bevo molta acqua, poi quando supero il mese (cosa che mi auguro di non fare questa volta), inizio a prendere sali minerali”.

Tre cappuccini al giorno

Pannella, dunque, prendeva questi tre cappuccini per tenere attivo il cervello… Aggiunge Giachetti: In realtà i motivi erano due: quando lui ha fatto la campagna, ed è stata la campagna di digiuni più forte che fece per la fame nel mondo, da una parte quello era il minimo indispensabile per stare in piedi, poi perché quella dose di latte che prendi per tre volte al giorno rispondeva alla quantità di calorie, non scientificamente esatta naturalmente, che assumevano i bambini che morivano di fame. Cioè quelle tre tazze di latte sostanzialmente erano l’equivalente della nutrizione che avevano quelli che poi morivano di fame”.

In realtà, come riporta il sito cibo360.it sull’argomento: “Pannella con questa uscita dimostra di non essere un granché come nutrizionista, poiché non è vero che il cervello sia il primo organo a risentire del digiuno, bensì i problemi che sopraggiungono sono legati alla carenza di proteine, che provoca tutta una serie di problemi, dal deficit del sistema immunitario ad alterazioni al sistema cardiovascolare e respiratorio, che portano alla morte. Il cervello rimane sempre nutrito dal glucosio ottenuto dalla gluconeogenesi (cioè dalla demolizione delle proteine) e dai sottoprodotti della demolizione dei grassi. Nel caso dello sciopero dei radicali, le calorie (circa 450) fornite dai 3 cappuccini sono abbastanza per resistere molto a lungo e in buono stato di salute, basta avere una buona forza di volontà”.

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 Ravaglifoto

 Roberto Giachetti 

Su questo punto Giachetti fornisce una spiegazione abbastanza plausibile: “Non c’è dubbio, ma è fatto per quello. Io quando ho fatto lo sciopero della fame con i tre cappuccini la scorsa volta in 65 giorni ho perso 18 Kg. Noi, a differenza di Gandhi che, come diceva Pannella ‘si sedeva in un letto e aspettava che passassero i giorni’ quando facciamo quarantamila cose, siamo impegnati il doppio, quindi un minimo di energie ce le devi avere. È una cosa che certamente ti allunga però non è come se mangiassi”.

Gli effetti cambiano con l’età

Ma quanto è duro uno sciopero della fame? Racconta il deputato dem: “Ci sono fasi diverse. I primi giorni, che sono quelli in cui ti si chiude lo stomaco, più che altro è fastidioso, nel senso che senti proprio i crampi, come adesso che dopo 4/5 giorni ti si chiude lo stomaco e tendenzialmente non hai grossi problemi, anche se ovviamente la mattina ti svegli con la pressione più bassa. Quando superi la terza settimana lo senti, la mattina sei proprio scarico, magari ti gira la testa, ci sono dei momenti in cui fatichi…poi chiaramente tutto dipende dall’età, io li faccio da quando avevo 25 anni, adesso ne ho 60 quindi è chiaro anche il fisico inevitabilmente ne risente di più; quindi diciamo che dopo la terza settimana inizi ad accusarlo sul piano fisico in termini di debolezza e a quel punto più va avanti e peggio è. Io quando l’ho fatto nel 2011 l’ho dovuto interrompere perché ho avuto un’emorragia quindi il medico mi ha detto ‘o chiudi o ti ricovero’, siccome non volevo morire ho dovuto smettere, però erano passati più di due mesi”.

È chiaro, e sarebbe assurdo il contrario, portarsi a morire e in maniera tra l’altro così dolorosa, non sarebbe utile a nessuna causa. Nessuno, specie oggi, vuole che si arrivi al dramma, ma la gente continua a fare scioperi della fame, forse proprio perché la rinuncia al cibo, anche filosoficamente, resta la sottrazione più significativa che l’uomo possa operare su se stesso.   

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Autore dell'articolo: admin