Come ha fatto l’Argentina a finire (di nuovo) a un passo dal fallimento


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Mario De Fina / NurPhoto
 


 Una manifestazione contro il piano di salvataggio dell’Fmi per l’Argentina




L’andamento del peso, la valuta locale, viene ormai seguito dagli argentini minuto per minuto, come se fosse una partita di calcio e ogni rialzo vissuto al cardiopalma.

E’ dall’inizio dell’anno che continua inarrestabile la sua caduta e, con lo spettro della crisi del 2001, la gente non sa che fare se non cambiare di corsa gli ultimi risparmi in dollari, per non assistere inerti alla perdita del suo valore.

Psicologicamente, è molto stressante soprattutto perché non si intravede un’inversione di tendenza: non è riuscita la banca centrale che ha alzato i tassi di interesse al valore definito dagli analisti “surreale” del 60%, e nemmeno la prima tranche di aiuti dall’Fmi di 15 miliardi.

Il peso ha continuato a calare con l’effetto di stimolare l’inflazione, che dovrebbe raggiungere il 45% nel 2018. Questo significa il tracollo del potere d’acquisto dei suoi 41 milioni di cittadini. Nel centro di Buenos Aires prosperano le agenzie di cambio mentre si formano file di persone che, tramite megafono, vogliono dire la propria opinione sulla situazione.

Chi possiede risparmi, preferisce conservarli nel materasso o cambiarli in dollari piuttosto che depositarli in banca. Il problema di questa crisi è che gli investitori – cioè chi presta soldi all’Argentina comprando i suoi titoli di stato – temono che il Paese non sia più in grado di ripagare i suoi debiti e nemmeno i tassi di interesse record decisi obtorto collo dal Governatore della Banca centrale (che si è poi dimesso) sono riusciti a convincerli ad avere più fiducia nel paese sudamericano.

Cosa sta succedendo

Quello che è certo è che l’Argentina è in recessione: l’economia – la terza dell’America Latina, la 28esima al mondo – si è contratta del 4,2% nel secondo trimestre del 2018, rispetto allo stesso trimestre del 2017. Per il 2018 si prevede il -2,4%. “Stiamo vivendo una recessione, lo sappiamo e sappiamo che gli argentini stanno attraversando un periodo difficile, e siamo convinti che invertiremo rapidamente questa situazione”, ha detto il ministro dell’Economia Nicolas Dujovne all’inizio di settembre.

Il governo è quindi tornato alla carica per chiedere il pagamento delle ulteriori tranche del prestito (fino a 50 miliardi di dollari) all’Fmi il quale chiede comunque che il Governo metta a posto i conti. Allora, per venire anche incontro a queste richieste, il governo di Buenos Aires ha varato una manovra “lacrime e sangue” che ha di fatto solo alimentato il malcontento nel Paese: il nuovo programma prevede, innanzitutto, una drastica riduzione dei membri di governo (sono 22 e saranno meno della metà) e un inasprimento delle tasse sulle esportazioni che Macri stesso ha definito “cattive e terribili”, ma comunque necessarie. Il tutto con l’obiettivo di arrivare a un obiettivo di bilancio zero nel 2019.

Proprio il 25 settembre uno sciopero generale ha di fatto paralizzato tutto il Paese con le strade del centro di Buenos Aires insolitamente deserte e i trasporti inesistenti. I manifestanti hanno denunciato l’allineamento dell’Argentina alle politiche del FMI, che ignorano i veri “problemi” quali la povertà, i posti di lavoro, le pensioni. Insomma, tutti hanno paura che si verifichi un nuovo 2001 quando l’Argentina era sull’orlo del collasso: all’epoca il crollo venne spiegato con la fuga degli investitori internazionali dai mercati emergenti, in seguito al rialzo dei tassi di interesse negli Stati Uniti che li fece diventare un mercato più attraente per gli investimenti.

Stavolta sono intervenuti anche altri fattori: la più grave siccità degli ultimi 50 anni, che ha danneggiato gravemente il raccolto di mais e soia, due delle principali esportazioni del Paese, il rialzo nel prezzo del petrolio che ha reso le bollette energetiche molto più costose, e un calo delle entrate fiscali come effetto della recessione.

Unica soluzione per il Governo è ridurre la spesa pubblica visto che l’emissione di debito pubblico non ha appeal tra gli investitori, i quali non credono che il Paese sia più in grado di ripagare i suoi debiti.

Perché sta succedendo

Sono molte le spiegazioni date dagli analisti a questa nuova crisi in cui versa il paese: innanzitutto, l’Argentina è lo specchio del costo potenziale che i Paesi emergenti pagano alla politica della Fed e al dollaro in rafforzamento e riflesso, seppur in ritardo, dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. In questo senso, secondo altri analisti, l’Argentina sta pagando il prezzo del tentativo dell’attuale presidente Macri (in carica dal 2015) di andare controcorrente e di riportare il Paese ad un mondo globale: il suo obiettivo era infatti quello di poter arrivare ad accordi per trattati di libero scambio con gli Usa, la Ue e altri membri del Mercosur attraendo così nuovi investimenti e un riequilibrio dei prezzi dei prodotti importati. Obiettivo che si scontra naturalmente con l’ondata protezionista.

Altri osservatori internazionali sostengono che Macri abbia sbagliato negli aumenti progressivi dei servizi pubblici che erano stati congelati grazie ai sussidi statali, mandando così in dissesto i conti pubblici e in molti non hanno apprezzato la sua mossa di rivolgersi all’Fmi che in cambio del cospicuo prestito, chiede rassicurazioni su una maggiore austerity di bilancio, la qual cosa si traduce in maggiori sacrifici per i cittadini già provati a loro volta dalla profonda recessione di 7 anni fa.

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 Argentina Maurizio Macri – afp

Sacrifici inutili

Una mossa che infatti non è piaciuta ai suoi elettori se si considera che, secondo la Bbc, il 75% degli argentini condanna la richiesta di salvataggio all’Fmi. Perché è ancora vivo il ricordo di quando il Fondo Monetario Internazionali garantì nel 2000 un prestito di 60 miliardi di dollari, ma il risultato fu che il governo decise una serie di misure di austerità come l’innalzamento delle tasse, tagli alla spesa pubblica, aumento dell’età pensionabile e un abbassamento degli stipendi dei dipendenti pubblici del 30%.

Tutto ciò non servì poi a nulla perché la recessione non si fermò e alla fine del 2001 il Pil segnava il -14.7%, il tasso di disoccupazione aveva superato il 20% e quasi metà della popolazione era sotto la soglia di povertà. Alla fine il governo approvò una legge che vietava di ritirare dal proprio conto bancario più di mille Peso al mese (che col cambio attuale equivarrebbero a meno di duecento euro). Non restò altro da fare per l’Argentina che dichiararsi in default, ossia l’insolvenza del proprio debito. Quando nel 2003 Nestor Kirchner venne nominato presidente, fu quasi considerato un liberatore della nazione visto che riuscì a ristrutturare il debito nazionale e a varare una serie di misure a favore delle fasce più povere della popolazione.

Il Paese rialzò la testa e la sua crescita divenne seconda solo alla Cina. Pur con affanno, poi, l’Argentina e la sua economia sembravano restare in piedi e marciare comunque verso un equilibrio seppur precario. Ma dall’inizio dell’anno il peso ha iniziato a precipitare: tra l’altro, mentre in passato gli investitori prendevano in prestito gratis in dollaro e investivano in valuta emergente, ora fanno dietro front, attratti dai tassi in rialzo sul dollaro. Una spirale perversa, insomma.

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Autore dell'articolo: admin