Ci sarebbero davvero 20 miliardi di penali da pagare se non si costruisse la Tap?


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 Afp


 Gasdotto Tap, Albania




Oggi è il giorno della rabbia dei No Tap per quello che considerano un voltafaccia del Movimento 5 stelle. Ieri il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha ceduto: la pipeline transadriatica, che porterà gas naturale dall’Azerbaigian e avrà a Melendugno, nel Salento, lo sbocco finale, si farà, sebbene in campagna elettorale fosse stato promesso il contrario. Il motivo? Le penali “per quasi venti miliardi di euro” che si dovrebbero pagare in caso di marcia indietro, “altrimenti avremmo agito diversamente”, ha puntualizzato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ieri, conversando con i giornalisti a Scordia, nel catanese. 

La replica di Calenda a Di Maio

“Le carte del Tap, un ministro le legge solo quando diventa ministro. E soprattutto a noi del Movimento 5 stelle non hanno mai fatto leggere alcunché”, aveva detto Di Maio, “e soprattutto quando c’erano quelli che sono andati a braccetto con le peggiori lobby di questo Paese, l’unica cosa che ci dicevano che eravamo nemici del progresso. Non ci hanno mai detto che c’erano penali da pagare. Quindi non è che è più conveniente farlo, è che non ci sono alternative”. Una versione dei fatti smentita dal suo predecessore al dicastero di via Veneto, Carlo Calenda, secondo il quale “Di Maio ha commesso un errore semantico, perché nel contratto della Tap non ci sono penali, è un’opera privata a cui lo Stato ha dato il consenso per la realizzazione, nessuna carta segreta”. Gli unici risarcimenti, nel caso, andrebbero quindi solo alle aziende coinvolte, giacché non c’è alcun contratto tra lo Stato e il consorzio che si occupa della realizzazione dell’opera.

Per Di Stefano, l’ex ministro dice “bugie”

A Calenda replica il sottosegretario agli Esteri pentastellato, Manlio Di Stefano, secondo il quale “una carta che dimostra chi imbroglia davvero su Tap c’è ed è la ratifica dell’accordo votato in Parlamento dal Pd. Gli unici a mentire sul Tap sono Calenda, Emiliano e suoi compagni di partito. L’accordo e’ stato votato in Parlamento dal Pd, molto prima che il M5s arrivasse al governo, ed è un accordo che vincola il Paese addirittura fino allo smantellamento dell’impianto!”.

“Forse, Calenda ed Emiliano dimenticano che per l’Italia, ora, ci sono solo doveri e obblighi da rispettare e non c’è nessuna possibilità di recedere”, prosegue il sottosegretario in una nota, “si tratta di un accordo tombale e il Paese non puo’ fare altro che subire le decisioni prese per colpa del Pd in Parlamento. Sciacalli sia ieri che oggi. Dimenticano che tra costi sostenuti dal Tap per fare l’opera che attraversa diversi Paesi e tutti i mancati guadagni da corrispondere come minimo per i prossimi 25 anni a titolo di risarcimento danni, il conto per l’Italia sarebbe disastroso”.

Perché si parla di 20 miliardi?

Un fact-checking del Post spiega che “i 20 miliardi di euro citati da Di Maio non sono una penale, ma il risultato di una stima a spanne fatta dall’attuale sottosegretario allo Sviluppo economico Andrea Cioffi. Tiene conto innanzitutto del fatto che la realizzazione del Tap costa in tutto 4,5 miliardi, e che visto l’avanzamento dei lavori bisognerebbe risarcirne 3,5 alle aziende coinvolte. A questi 3,5 andrebbero aggiunti 11 miliardi di euro di danni dovuti alle mancate consegne di gas già prestabilite, e 7 miliardi di utili non ottenuti da Tap e dai produttori di gas azeri”.

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Ci sono carte segrete?

Il Post cita qua un articolo di Repubblica secondo il quale  tutto ciò era noto “anche prima dell’inizio dell’attuale legislatura, perché per l’approvazione della costruzione del gasdotto c’è stato un percorso che ha anche coinvolto il Parlamento”. “Nel gennaio 2014 fu approvato il Trattato Italia-Albania-Grecia che dava il via libera all’opera (il M5S votò contro), nel settembre dello stesso anno il ministero dell’Ambiente autorizzò la costruzione con un decreto e nel 2015 ci fu l’autorizzazione finale del ministero dello Sviluppo economico”, conclude. Niente penali, quindi, nondimeno il conto dei risarcimenti per danno emergente e lucro cessante alle aziende coinvolte potrebbe rivelarsi comunque abbastanza salato da giustificare la decisione del M5s.

 

 

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Autore dell'articolo: admin