Chi ha ragione nel duello tra Padoan e Castelli?


Chi ha ragione nel duello tra Padoan e Castelli?



Il sottosegretario al Ministero dell’Economia in quota M5s Laura Castelli e l’ex ministro dell’Economia e deputato del Pd Pier Carlo Padoan sono stati protagonisti il 21 novembre di un acceso confronto durante la puntata di Porta a Porta.

Due gli argomenti toccati su cui ci soffermiamo: il legame tra spread e mutui, e le regole della Ue sul Pil.

Lo scambio di battute tra Padoan e Castelli

Per quanto riguarda il primo argomento, Padoan ha dichiarato che “a marzo, prima delle elezioni, lo spread era attorno a 120 punti base. Adesso è sopra i 300 punti base (…) il che significa che ci sono (…) conseguenze sui finanziamenti a famiglie e imprese”.

A questa sua affermazione Castelli ha replicato: “Se lei in televisione racconta che i tassi dei mutui dei cittadini dipendono dallo spread, lo sa anche lei che è falso”.

Padoan allora ha meglio precisato il suo pensiero, spiegando che “se aumenta lo spread diminuisce il valore capitale degli attivi delle banche, e quindi le banche si devono rifare alzando il costo del finanziamento”.

Castelli ha risposto “questo lo dice lei”, e ha mostrato un grafico preso da Il Sole 24 Ore dove si vede che “quanto costa un mutuo non dipende dallo spread”.

Cerchiamo di capire meglio qual è la situazione.

C’è un legame tra spread e mutui?

La questione del legame tra l’andamento dello spread e i tassi dei mutui non è nuova. Ovviamente non vengono influenzati i mutui a tasso fisso, che hanno appunto una percentuale di interessi prestabilita che non cambia nel tempo. Ma anche i mutui a tasso variabile non subiscono un’influenza diretta.

I tassi di interesse di questo tipo di mutui dipendono infatti da un indice, l’Euribor (acronimo di Euro Inter Bank Offered Rate, ossia tasso interbancario di offerta in euro), che negli ultimi mesi ha avuto un andamento non proporzionato a quello dello spread.

Ma un’influenza indiretta dello spread sull’Euribor c’è. Questo indice infatti dipende da due variabili: i tassi d’interesse stabiliti dalla Bce sui depositi bancari delle banche presso la stessa Bce (che ad oggi sono negativi) e la maggiore o minore fiducia reciproca dei mercati e delle banche.

Se queste, ad esempio, si fidano meno a prestarsi soldi tra loro, i tassi di interesse che applicano tra loro aumenterà e, di riflesso, l’indice Euribor.

Quindi Padoan ha sostanzialmente ragione quando dice che uno spread alto, specie se protratto nel tempo, ha conseguenze sui finanziamenti a famiglie e imprese. Questo succede proprio perché, come spiega il 26 novembre Il Sole 24 Ore, “le banche italiane hanno nei loro bilanci 372 miliardi di titoli di Stato italiani secondo Bankitalia. Se lo spread sale, significa che questi titoli perdono di valore. E questo va ad erodere il capitale delle banche stesse”.

Nel bilancio di una banca, insomma, l’attivo – che dipende anche dai titoli di Stato – viene eroso da uno spread alto. Per evitare che il proprio capitale scenda al di sotto di determinate soglie, col rischio di gravi conseguenze sui mercati, la banca potrebbe quindi alzare i tassi di finanziamento.

La questione del grafico della Castelli

Dopo che il sottosegretario Castelli ha mostrato un suo grafico, Il Sole 24 Ore è tornato sulla vicenda il 26 novembre con un altro articolo, in cui si legge: “Ha ragione quindi il sottosegretario Laura Castelli quando dice che non c’è correlazione tra rialzo dello spread e costo dei mutui? Solo in parte”.

“Basta leggere cosa l’autore Vito Lops scrive nella seconda parte del pezzo – prosegue il quotidiano di Confindustria – quando spiega che ‘lo spread BTp-Bund può avere nel medio periodo (circa sei-nove mesi) il potere di spingere le banche ad aumentare i costi dei “nuovi” mutui. Questo perché un aumento prolungato dei tassi obbligazionari può impattare sul costo di raccolta del denaro delle banche e sulla gestione della tesoreria’”.

Oltretutto il grafico mostrato da Castelli non è aggiornato. Come ha segnalato l’Abi (l’Associazione bancaria italiana) nel suo rapporto mensile di novembre, “ad ottobre 2018 si registra un incremento dei tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento, risentendo dell’aumento dello spread nei rendimenti dei titoli sovrani”.

L’aumento è leggero, ma c’è. In particolare, il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni a ottobre è risultato pari a 1,87% (contro l’1,80% a settembre 2018) e il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è risultato pari a 1,60% (contro l’1,45% il mese precedente).

Facciamo il punto

Possiamo insomma dire che abbia ragione la Castelli solo nel senso che è vero non ci sia un’immediata e diretta conseguenza sui mutui dell’andamento dello spread. Ha però ragione Padoan nell’affermare che, nell’arco delle settimane e dei mesi, uno spread alto ha delle conseguenze anche sui tassi d’interesse dei mutui, in particolare di quelli nuovi.

Le banche infatti, a fronte di un deterioramento del proprio capitale dovuto alla perdita di valore dei titoli di Stato in loro possesso, potrebbero aumentare il costo del finanziamento a cittadini e imprese.

Le regole dell’Ue sul Pil

Il secondo argomento di cui ci occupiamo sono le regole Ue in materia di Pil. Il sottosegretario Castelli, sempre nel corso della puntata di Porta a Porta, ha dichiarato: “Guardate che le regole di Bruxelles sono quelle che ti dicono che il Pil non deve crescere oltre la misura che gli dice Bruxelles”. All’osservazione di Padoan, che le faceva notare che “non è vero”, Castelli ha replicato: “Bruxelles vuole che l’Italia cresca dell’1,1%, noi diciamo secondo noi cresciamo dell’1,5%”.

L’affermazione della Castelli è sbagliata. Non esiste alcuna regola europea in base alla quale un Paese membro non possa crescere più di una certa misura. Anzi, le regole di Bruxelles – in particolare i criteri di Maastricht – stabiliscono che il rapporto debito/Pil debba essere inferiore al 60% (o convergente verso tale valore) e il rapporto deficit/Pil inferiore al 3% (o convergente, anche se su questo criterio la situazione è in realtà molto più complessa). In entrambi i casi è presente nella variabile il Pil, e tanto più questo indicatore cresce tanto più sarà facile rispettare i due parametri citati.

L’1,1% di cui parla Castelli, poi, non è un limite ma una previsione che ha fatto questo autunno la Commissione europea di quanto crescerà il Pil italiano nel 2018. Quindi dire che Bruxelles “voglia” quel tasso di crescita è falso.

Il governo, in ogni caso, ha previsto per il 2018 una crescita dell’1,2%, circa il medesimo valore della Commissione. La discrepanza a cui sembra fare riferimento il sottosegretario all’Economia è allora probabilmente quella relativa al 2019. Per l’anno prossimo infatti il governo ha stimato una crescita dell’1,5%, mentre la Commissione ne ha stimata una dell’1,2% (non dell’1,1%).

Come avevamo già verificato, quella della Commissione europea è oltretutto una delle stime più ottimistiche tra quelle delle istituzioni internazionali, anche se è questione di decimali. Secondo l’Ocse, il Pil italiano nel 2019 crescerà dell’1,1% e secondo il Fondo monetario internazionale dell’1%.

Conclusione

Nello scontro su mutui e spread Castelli esagera nel negare qualsiasi legame tra le due variabili: è vero che non ci sia un legame immediato e diretto, ma è anche vero – come sostiene Padoan – che lo spread possa indebolire i bilanci delle banche e costringerle ad alzare il costo dei finanziamenti a famiglie imprese. Questo può succedere soprattutto nel medio e lungo periodo, e in particolare per i nuovi mutui a tasso variabile.

Nello scontro su Pil e regole Ue invece Castelli ha torto e scambia una previsione della Commissione europea per un “divieto”.

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Autore dell'articolo: admin