Chi è l’uomo che progetta e restaura le oasi in Africa


Chi è l'uomo che progetta e restaura le oasi in Africa



Rendere le zone aride del pianeta fertile, può sembrare un’impresa impossibile. E invece Pietro Laureano, architetto e urbanista, nonché consulente dell’Unesco, impiega il suo tempo a trovare soluzioni, non invasive e che tengano conto delle tradizioni antiche, per combattere aridità e gestire l’acqua in maniera sostenibile.

Laureano ha vissuto otto anni nel Sahara lavorando allo studio e al restauro delle oasi in Algeria. Martedì 28 novembre, nella sessione mattutina, interverrà al Nono forum internazionale su alimentazione e nutrizione della Fondazione Barilla, che si svolge a Milano il 27 e 28 novembre. Lo abbiamo incontrato per capire l’impatto del suo lavoro e, in particolare la funzione delle oasi, che sono frutto dell’ingegno umano.

I cambiamenti climatici stanno mettendo in ginocchio gran parte del Continente africano, con conseguenze disastrose. Le carestie colpiscono e provocano migrazioni che possono diventare emergenziali. La sua attività che contributo può dare alla soluzione del problema?

“Gli effetti del riscaldamento globale saranno sempre maggiori nei prossimi anni. Infatti le dimensioni della massa planetaria e delle forze in atto sono tali che, anche se si adottassero finalmente drastiche misure di riduzione delle emissioni di gas serra, l’inversione dei processi scatenati richiederebbe comunque tempi lunghi. Dobbiamo attenderci quindi, a causa della maggiore energia dovuta al riscaldamento, situazioni meteoriche sempre più violente, alternanze climatiche estreme e modificazioni nella localizzazione delle fasce climatiche. Questo non significa che dovremo fare fronte a condizioni che non si sono mai viste sul pianeta ma che luoghi e popolazioni dovranno confrontarsi con emergenze per loro inusuali proprie, fino ad ora, di altri climi e latitudini. Bisogna quindi avviare misure di mitigazione adottando pratiche virtuose di gestione delle risorse, in particolare l’acqua e il suolo, e di restauro e salvaguardia degli ecosistemi. Soluzioni e tecniche appropriate esistono nella storia dei luoghi, che hanno già visto nel tempo l’avvicendarsi climatico, e nelle conoscenze di culture che si sono confrontate con la penuria di risorse e condizioni estreme. Per questo ho promosso insieme all’UNESCO un inventario e Banca Dati delle Conoscenze Tradizionali già consultabile in rete“.

Le oasi, come dimostra il suo lavoro, hanno una funzione straordinaria. Esse sono frutto dell’ingegno umano. Le domando: l’oasi, anche in senso più ampio rispetto all’immaginario collettivo, come può contribuire ad affrontare in maniera seria e strutturale temi come, appunto, aridità e mancanza di cibo?

“Le oasi, contrariamente a quanto spesso si crede, non sono un fenomeno naturale. Sono il risultato di un progetto di produzione e gestione dell’acqua, di creazione e protezione di suolo, di introduzione delle coltivazioni e di realizzazione di insediamenti adatti a condizioni difficilissime. Costituiscono la più grande sfida lanciata dall’umanità per la sopravvivenza in ambienti estremi. La palma da dattero, pianta creata tramite la selezione e la domesticazione, è installata in piccole depressioni che catturano la condensazione d’acqua notturna. Fornisce l’ombra per proteggere le altre coltivazioni. Si crea l’umidità che attira altri organismi il cui ciclo vitale trasforma la sabbia in fertile humus. Anche il movimento delle grandi dune è regolato sfruttando l’azione del vento che trasporta i grani di sabbia così che queste da un pericolo divengano fattori di protezione. L’oasi è un microcosmo frutto dell’integrazione di natura e cultura in cui le leggi fisiche e la conoscenza interagiscono per creare armonia e simbiosi. Ogni attività non produce rifiuti ma risorse per un ciclo di produzione successivo. Questa lezione è oggi fondamentale in ogni clima e ambiente in cui lo sfruttamento sconsiderato degli ecosistemi ha prodotto desertificazione fisica e culturale”.

Sempre per restare in Africa: ha senso, secondo lei, applicare il modello di oasi anche a realtà, urbane o rurali che siano, per affrontare il tema della gestione sostenibile dell’acqua?

“Il modello dell’oasi ci insegna che le risorse naturali non sono sostanze da monopolizzare, sfruttare, sprecare ed esaurire ma costituiscono un patrimonio comune a tutta l’umanità da sapientemente amministrare in un continuo processo di riuso. L’acqua è in tale senso un esempio immediato. È la stessa da sempre sul pianeta: è un ciclo non una sostanza. Occorre intervenire su questo ciclo in modo appropriato non sprecando ma continuamente riutilizzando. È necessario riorganizzare il territorio a partire dai pendii montani fino alle coste per passare da un modello basato sulla cementificazione, l’accaparramento, lo spreco e la canalizzazione a quello basato sulla frammentazione, la captazione, la rinaturalizzazione e il riciclo”.

Lei ha lavorato molto sul recupero delle tecniche antiche di raccolta dell’acqua, come in Mauritania e Etiopia. Ci può spiegare in cosa consiste tutto ciò e se queste tecniche possono essere applicate in altri paesi africani?

“Proprio i luoghi dove l’acqua costituisce un problema sono i depositari di soluzioni oggi utili per tutti. Si tratta di sistemi di captazione e di raccolta; di tecniche di filtraggio e potabilizzazione con materiali naturali; di organizzazione del territorio con terrazzamenti, briglie, argini e tipi di coltivazioni per rendere i suoli capaci di mantenere l’umidità; di raffinate soluzioni per captare il vapore d’acqua, dai massi di calcaree ai pozzi aerei, fino a imponenti opere di ingegneria blu che utilizzano la continuità del ciclo idrico atmosferico nel sottosuolo.  In alcuni casi centinaia di chilometri di tunnel sotterranei sono scavati quasi parallelamente al terreno per raccogliere le più piccole tracce di acqua e convogliarle verso le coltivazioni. Ognuna di queste soluzioni può essere riproposta in diverse situazioni anche in chiave innovativa con tecnologie avanzate appropriate. Sono oggi in commercio turbine che producono acqua dall’atmosfera, dispositivi per dimezzare i consumi d’acqua nelle abitazioni e metodi di potabilizzazione o di trasformazione in energia di acque reflue, frutto della applicazione innovativa di saperi tradizionali. Non è la tecnica direttamente a dovere essere riproposta ma la logica su cui si basa fondata sulla sostenibilità e la capacità di gestione autonoma. La stessa soluzione non è riproponibile ovunque ma bisogna applicare quella adatta alle situazioni e imparando dalle comunità locali che sempre nella loro storia hanno sviluppato conoscenza del loro ambiente e pratiche idonee”.

Nei prossimi giorni lei interverrà ai lavori della Fondazione Barilla. Cibo sano e sostenibile, ma anche di qualità – come lei sostiene – può aiutare a preservare il paesaggio. Ci può spiegare in cosa consiste?

“I paesaggi di grande valore tradizionale hanno anche un elevato livello estetico ed una eccezionale qualità ambientale. Preservare questi paesaggi comporta oggi   lavoro e conoscenza considerevole rispetto alla concorrenza della moderna agricoltura industriale. Una massiccia produzione agricola dei paesi ricchi non è la risposta ai problemi dell’alimentazione umana ma piuttosto la causa della povertà e della fame nel mondo. Un uovo o un ortaggio prodotto ai bassi costi industriali oltre ai danni ambientali mette fuori mercato la produzione tradizionale. Il massiccio acquisto delle terre dei piccoli contadini, come accade in tutta l’Africa e drammaticamente di Etiopia, da parte delle multinazionali comporta la realizzazione di immense monoculture orientate al mercato internazionale con la scomparsa di capacità di produzione alimentare autonoma per le necessità locali. Parte della soluzione può essere conferire più alta remunerazione ai prodotti realizzati in modo tradizionale in questi luoghi. La produzione alimentare sana e naturale garantita da paesaggi di qualità costituisce il migliore supporto economico per i coltivatori che oltre alla maggiore remunerazione nella vendita possono usufruire dei vantaggi dell’eco turismo con il reddito suppletivo derivato dalle strutture di ospitalità nelle fattorie e villaggi. Si crea così un interesse reciproco tra la salvaguardia del paesaggio e la produzione di qualità”.

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 Afp

 Deserto del Sahara

Da ultimo, quali sono i contenuti della nuova Convenzione sul Paesaggio?

“L’iniziativa UNESCO sul Paesaggio è uno sviluppo della Convenzione del Patrimonio Mondiale che, nata per la protezione dei monumenti e siti, ha allargato sempre di più il suo campo estendendosi alla città storica, all’ambiente fino al concetto di paesaggio. Questo è inteso come il risultato del rapporto che si instaura tra i luoghi e la comunità nell’intenso processo di costruzione e gestione dell’ambiente. Attraverso il paesaggio si perpetua e trasmette l’identità e il saper fare delle popolazioni. Alle sue origini la Convenzione del Patrimonio Mondiale era fondata sull’ambizione di universalismo, sulla separazione tra beni naturali e culturali, privilegiando l’autenticità, l’eccellenza e la conservazione. Oggi questi principi sono sostituiti da altri concetti: il multiculturalismo e la diversità; la visione olistica; i processi di gestione, prioritari rispetto a interventi di museificazione; l’eliminazione di gerarchie di valore tra monumenti aulici ed espressioni popolari; la perpetuazione dei saperi e dei processi di produzione del bene. Sinteticamente si è passati da un approccio monumentale al Patrimonio a una visione più dinamica e olistica basata sull’importanza delle conoscenze e tecniche mettendo al primo posto il benessere delle Comunità”.

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Autore dell'articolo: admin