Che fine ha fatto la norma sul revenge porn


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Si ‘sblocca’ l’impasse sul revenge porn. Dopo il via libera da parte di Luigi Di Maio, è oggi il premier in persona a sostenere l’importanza che le norme sul reato di diffusione di immagini intime e video sessualmente espliciti siano approvate “subito” da “maggioranza e opposizione”, è l’auspicio di Giuseppe Conte.

Nessuna preclusione nemmeno dalla Lega: “Perché non dovremmo votare la norma?”, osserva Matteo Salvini. Il ‘verdetto’ è atteso per martedì, quando l’Aula della Camera tornerà ad affrontare l’emendamento di Forza Italia che introduce nel ddl ‘codice rosso’ il reato di revenge porn.

L’emendamento, al centro ieri del durissimo scontro tra opposizioni e maggioranza, e sul quale è stato autorizzato il voto segreto, dovrebbe quindi essere licenziato senza problemi. Anzi, se tutte le forze politiche rispetteranno la parola data, potrebbe addirittura essere approvato all’unanimità.

Resta alta, invece, la tensione su un altro emendamento, questa volta targato Lega, che mira ad introdurre nel codice penale la ‘castrazione chimica’, anche se in forma attenuata, in quanto serve il consenso del condannato per reati sessuali qualora voglia ottenere la sospensione condizionale della pena.

Sull’emendamento leghista resta il muro del Movimento 5 stelle: da Di Maio a Bonafede, da Fico alla ministra Trenta è un coro di no alla richiesta di modifica presentata dal leghista Roberto Turri e relativa all’articolo 4 del ddl sulle nuove norme contro la violenza di genere.

Il tema sarà affrontato successivamente: l’articolo, infatti, è stato accantonato e per il momento la relatrice pentastellata, Stefania Ascari, non ha ancora reso i pareri, anche se c’è un invito alla riformulazione.

A difendere la proposta è Giorgia Meloni: “Passi la necessaria accettazione da parte del condannato per stupro, ma allora diciamo pure che se lui non l’accetta, allora la condanna base per la violenza sessuale è di 40 anni”, afferma la leader di FdI.

No alle armi facili

Se però sulla ‘castrazione chimica’ i giallo-verdi restano distanti, le posizioni si riavvicinano e sembra tornare il sereno su un altro tema di scontro: la proposta di legge sottoscritta da 70 parlamentari leghisti per rendere più facile l’acquisto di armi per difesa personale.

Anche in questo caso il Movimento 5 stelle erige un muro: non sarà mai approvata, è la linea, “i 5 stelle non la voteranno mai”, scandiscono in coro Di Maio e Bonafede.

“Non è obiettivo del governo incentivare la vendita delle armi”, mette in chiaro il presidente del Consiglio.

Ma è lo stesso leader del partito di via Bellerio e titolare del Viminale, Matteo Salvini, a stoppare l’iniziativa dei suoi deputati: “Non arriverà nessuna proposta in Parlamento sulla maggior diffusione delle armi”, garantisce.

“Alcune forze di opposizione hanno già presentato un testo” sul revenge porn, “anche le forze di maggioranza e il governo stesso sono pronti: sarebbe importante che queste norme fossero votate subito, da tutti i parlamentari, donne e uomini, di tutte le forze politiche, maggioranza e opposizione. Una battaglia di civiltà deve trovarci tutti uniti”, scrive in mattinata Conte su facebook.

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 Robyn Beck / Afp

 Fucili d’assalto in vendita in una mostra-mercato delle armi a Las Vegas

Il tweet contestato di Giulia Bongiorno

“​Se già martedì possiamo inserire un primo tassello, diamo un segnale forte contro il revenge porn così come per tutto il tema della violenza sulle donne”, gli fa eco il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Anche il presidente della Camera, Roberto Fico, pur senza entrare nel merito dell’emendamento, si dice “d’accordo” sulla necessità di “normare assolutamente la materia, perché è importantissima”.

“Il revenge porn verrà inserito nel provvedimento ‘codice rosso’, ma avrà anche una sua legge, nella quale perfezionare tutta l’azione intorno a questo crimine particolarmente ignobile”, garantisce la ministra Barbara Lezzi. Anche Di Maio torna sull’argomento, senza risparmiare una ‘stoccata’ alle minoranze: “Sul revenge porn è stato triste vedere ieri un’aula divisa, esponenti politici dell’opposizione più attenti a rincorrere la propria visibilità che al contenuto”.

“Ora basta buffonate. Salvini e Di Maio state fermando l’Italia”, è la replica del leader Pd Nicola Zingaretti.

Sulla castrazione, però, si riacuiscono le distanze tra alleati di governo: “E’ una presa in giro verso tutte le donne”, sentenzia la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta.

“Non è un argomento all’ordine del giorno”, taglia corto Bonafede. Ma la collega della P.A., Giulia Bongiorno, insiste e difende l’iniziativa: “La castrazione chimica non è come la castrazione fisica. E’ un trattamento farmacologico. E’ una pillola che porta all’inibizione della libido. Non è un qualcosa di preistorico ma anzi all’avanguardia”.

Bongiorno finisce al centro della polemica per un suo tweet, poi cancellato, in cui – per spiegare le norme del ddl che porta anche il suo nome – scrive: “Il codice rosso è una norma che prevede che quando una donna fa una denuncia per violenza deve essere ascoltata entro tre giorni dal Pg o dal Pm. Così si può appurare immediatamente se si ha a che fare con una isterica o con una donna in pericolo di vita e salvarla”.

 

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