Che effetti hanno sui bambini ​le esibizioni degli animali nei circhi? 


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Foto: BRETT ELOFF / AFP 




Il governo sceglie dimostrare il proprio lato animalista e annuncia un provvedimento che vieta l’impiego di animali negli spettacoli circensi sul territorio nazionale, ma la decisione non può non passare anche attraverso un’analisi etica. Quando il Ministro Bonisoli, dalla sua pagina Facebook, ha annunciato di “essere al lavoro per realizzare come primo Decreto, nei primi mesi del 2019, il Decreto attuativo della Legge del 2017 sullo spettacolo, ovvero l’Atto che prevede mai più animali in circhi e spettacoli viaggianti”, la LAV ha esultato. 

Sul proprio sito l’associazione animalista anti vivisezione sostiene che “questo risultato giunge dopo alcune settimane di mobilitazione #cambiacirco, organizzata dalla LAV proprio per sollecitare il rispetto di questa scadenza (il 27 dicembre)”. Nella nota Gianluca Felicetti, Presidente LAV auspica uno stop all’uso degli animali nei circhi entro tre anni perché, dice, “si tratta di dare attuazione a un’autentica svolta culturale ed etica nell’ambito dell’arte circense”. 

Esiste davvero un problema etico?

Nel 2016 il Governo scozzese decise di intraprendere l’iter di una legge per la dismissione degli animali nei circhi. Il progetto di legge fu affidato ufficialmente al Comitato per l’ambiente, che interpellò Ron Beadle, professore di organizzazione ed etica aziendale presso la Northumbria University; questo perché l’aspetto etico, non è solo fondamentale quando si deve operare una scelta così delicata, ma è anche la prima motivazione che spinge i cittadini a pensare che, eticamente appunto, il circo non sia luogo adatto per la vita di un animale. 

Il lungo studio del professor Beadle partiva da un concetto preciso: il Rapporto Radford aveva scientificamente dimostrato che gli animali nei circhi non godono di una situazione di benessere minore o maggiore rispetto tutti gli altri animali impegnati in attività con esseri umani. “Se il benessere – scrive Ron Beadle – dovesse essere il criterio per la protezione degli animali, allora anche altre attività come le corse di cavalli (oltre 1.500 cavalli sono morti nell’ultimo decennio nel Regno Unito e in Irlanda), la caccia o la pesca, forniscono un materiale molto più solido per legiferare in nome del benessere degli animali”.

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Il lavoro di Ron Beadle quindi si è concentrato nel rispondere ad alcuni quesiti inerenti la sua specializzazione. È giusto, anzi, eticamente giusto, che un animale sia impegnato in uno spettacolo circense? Il trattamento o il possibile maltrattamento degli animali nei circhi è un problema etico? Nel suo trattato il professore risponde al governo scozzese che ha evidenziato come “molte persone considerano obsoleto e moralmente sbagliato fare esibire gli animali”, e che la cosa “potrebbe inibire lo sviluppo di atteggiamenti rispettosi e responsabili nei confronti degli animali in futuro”.

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Ma “l’opinione di un numero qualsiasi di persone – continua Beadle – non fornisce alcun mandato etico per qualsiasi cosa. Le persone differiscono enormemente su ciò che considerano moralmente biasimevole: la questione dell’etica è la giustificazione dell’opinione, non l’opinione stessa, non importa quanto ampiamente condivisa”.

Il principio naturale andrebbe applicato sempre

Il secondo tema che il governo scozzese ha voluto analizzare, ovvero “l’impatto degli ambienti viaggianti sulla natura di un animale” è, sempre secondo l’esperto, ancora meno coerente: “La proposizione di lasciare intatta la natura e permettere agli animali di prosperare nel loro ambiente naturale soddisfa il criterio dell’universalità, ma se accettiamo ciò, siamo moralmente vincolati da tutte le sue restrizioni, alla maniera della religione giainista o dei fruttariani, cioè che qualsiasi interferenza con il mondo naturale è proibita. Il motivo per cui questo argomento prevede il divieto dell’esibizione di animali per l’intrattenimento umano non è più forte e non è più debole dell’argomento relativo al divieto del consumo di uova”.

Quindi il professor Beadle concluse la sua analisi affermando che “gli argomenti non riescono a dimostrare come l’esposizione di animali selvatici contravvenga a un principio etico che non è anche contravvenuto alla caccia, pesca, consumo di carne, corse di cavalli, esposizioni canine, falconeria, salto ostacoli, mantenimento degli animali e ogni altra manipolazione umana degli animali”. E ancora: “Le società democratiche liberali che aderiscono alle norme sui diritti umani lo fanno sulla base di una tradizione etica che limita i diritti dei governi e delle maggioranze di imporre la loro volontà ai concittadini”.

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“Il divieto di attività e la criminalizzazione dei partecipanti normalmente e giustamente si applica solo a pratiche con effetti significativi e di vasta portata che sono schiaccianti nel danno che esse infliggono ai cittadini. Di conseguenza le società non hanno vietato attività dannose come fumare tabacco, bere alcolici, partecipare a sport pericolosi e così via. La domanda che il Comitato si dovrebbe porre è se la presentazione di animali selvatici nei circhi itineranti abbia effetti così significativi, di vasta portata e in gran parte negativi da giustificare il divieto e quindi violare un principio etico, quello della libertà del cittadino, che è veramente universale”.

Per riassumere, secondo l’esperto chiamato in causa dal Governo scozzese, non esisterebbero basi etiche solide per giustificare la scelta di sospendere l’attività degli animali dai circhi.

La decisione della Scozia

Ma Roseanna Cunningham, segretaria per l’ambiente in Scozia e portavoce del disegno di legge, a seguito di una consultazione popolare che mostrava il 98% dei cittadini a favore del divieto, vince la sua battaglia: la Scozia è il primo Stato del Regno Unito a vietare ai circhi che utilizzano animali selvatici l’ingresso in territorio scozzese. Poi, come scrive The Independent, restando generici sul termine “animali selvatici” la patata bollente finisce nelle mani dei giudici, che di volta in volta dovranno capire come comportarsi. L’Inghilterra arriva alla decisione lo scorso marzo: entro il 2020 niente più circhi con gli animali. Come scrive La Stampa, il Dipartimento per l’Ambiente ha giustificato la scelta riferendosi a “motivi etici”

In Italia il dibattito resta aperto

Anche in Italia la LAV (Lega anti vivisezione), da sempre in prima linea per il divieto definitivo dell’impiego di animali nei circhi, mette sul tavolo il dilemma “etico”, chiedendosi quanto sia educativo lo spettacolo circense con la partecipazione degli animali. A corredo di questa analisi è stato prodotto un documento sottoscritto da circa 650 psicologi, capitanati da Anna Maria Manzoni, psicologa e autrice di diverse pubblicazioni di stampo apertamente animalista, dal 2003 componente del consiglio direttivo del Movimento Antispecista.

La dottoressa nel documento scrive che gli psicologi firmatari “esprimono motivata preoccupazione rispetto alle conseguenze sul piano pedagogico, formativo, psicologico della frequentazione dei bambini di zoo, circhi e sagre in cui vengono impiegati animali. Queste realtà, infatti, comportano che gli animali siano privati della libertà, mantenuti in contesti innaturali e in condizioni non rispettose dei loro bisogni, costretti a comportamenti contrari alle loro caratteristiche di specie.

Tali contesti, lungi dal permettere ed incentivare la conoscenza per la realtà animale, sono veicolo di una educazione al non rispetto per gli esseri viventi, inducono al disconoscimento dei messaggi di sofferenza, ostacolano lo sviluppo dell’empatia, che è fondamentale momento di formazione e di crescita, in quanto sollecitano una risposta incongrua, divertita e allegra, alla pena, al disagio, all’ingiustizia” quindi gli psicologi “attenti a promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo, della comunità, auspicano e sostengono un radicale cambiamento di costume che vada in direzione della chiusura degli zoo e del divieto dell’impiego di animali nei circhi e nelle sagre”.

Gli effetti sui bambini

Come abbiamo visto nelle altre puntate di questa inchiesta, non esiste ancora una prova univoca e riconosciuta da tutto il mondo scientifico che confermi i danni fisici e psicologici per gli animali impiegati nei circhi. La domanda ora diventa: è sicuro che i bambini che assistono a spettacoli circensi con gli animali rischiano di diventare un giorno insensibili alla sofferenza degli animali?

Chi convinto non è per niente è Franco Di Cesare, European board certified in psicologia clinica e psicoterapia, esperto nella progettazione e nella supervisione medica di studi clinici globali e complessi, che in conferenza stampa a Palazzo Madama lo scorso 30 aprile ha affermato: “A me non piace il circo, premetto questo, però sono stato coinvolto in quanto ho ricevuto la richiesta dell’Ente Nazionale Circhi di sviluppare una relazione da esperto su un quesito specifico: l’esposizione di bambini a spettacoli circensi con animali rappresenta un fattore di rischio per la salute mentale del bambino? Inteso come sviluppo psicologico del bambino. Il concetto era, andare a verificare nella letteratura se esistesse una relazione tra esposizione a spettacoli circensi con animali e sviluppo psicologico del bambino in senso negativo”.

Le conclusioni di Di Cesare

Il professore ha spiegato che dal 1990 (data dal quale ha deciso di far partire la sua ricerca) ad oggi, nel mondo non è stato pubblicato un solo lavoro, quindi in questo momento è impossibile dimostrare scientificamente se l’esposizione allo spettacolo circense con gli animali possa danneggiare in alcun modo la salute mentale di un bambino. Ma perché nessuno ha mai fatto studi in questo senso?

Secondo Di Cesare “è che nessuno pensa, nell’ambito della comunità scientifica, che questo possa essere un fattore di rischio significativo”, e aggiunge: “Però ammettiamo che noi volessimo fare uno studio per vedere se è effettivamente un fattore di rischio (se è o non è). Per fare uno studio di questo genere servirebbero studiare diverse decine di migliaia di bambini e osservarli nel tempo per almeno 15-20 anni. Sarebbe uno studio dal costo spropositato; non credo che nessun privato sia in grado di prenderlo e non credo che rappresenti per lo Stato una priorità”.

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