Binge drinkers e social network: come rovinarsi la reputazione in un istante (ma anche come trovare aiuto)


Adolescenti, studenti dei college, ragazzi ribelli, che cercano uno stato alterato per amore di trasgressione, per sfuggire al disagio, per sciogliere i freni inibitori. Niente di nuovo insomma, anche se il fenomeno sembra sempre più dilagante, anche a causa di un presidio degli adulti che spesso viene a mancare. L’aspetto nuovo (anzi ormai nemmeno più così nuovo) è dato dal fatto però che questi giovani bevitori hanno a portata di click, i social e, evidentemente alterati, tendono a usarli ancor più dei coetanei sobri. Altro fenomeno recente è poi la modalità repentina attraverso la quale si raggiunge l’ubriachezza, saltando le tappe un tempo leggermente più lente e arrivando dritti dritti e veloci e veloci al punto: la tanto desiderata ubriacatura, foriera di disinibizione, libertà e apparente euforia.

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Ragazzi, sociale e alcol

Uno studio pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs analizza proprio questo tema, partendo dal cosiddetto binge drinking e studiandolo in relazione ai social. Il binge drinking (letteralmente “abbuffata alcolica”) è un concetto che cerca di inquadrare (e persino misurare) un fenomeno complesso e multiforme che descrive un consumo preciso di unità alcoliche, generalmente 5 o 6 (con una minima differenza di genere), in un’unica occasione. Dei 425 studenti monitorati dai ricercatori texani moltissimi hanno “binged”, ma quel che è risultato dallo studio americano è che i ragazzi che si abbuffano d’alcol sono più portati a utilizzare i social, riversandosi su Snapchat e Instagram in primis e, molto meno, su Facebook e Twitter 

Questione di reputazione

Prima implicazione dello sfaccettato fenomeno riguarda la reputazione, come fa notare Natalie A. Ceballos, autrice della ricerca e ricercatrice del Dipartimento di psicologia della Texas State University. Ceballos evidenzia infatti come al momento di presentare una candidatura all’Università o una job application le tracce lasciate in rete possono effettivamente emergere e danneggiare le prospettive future.  Adolescenti bevitori, di quelli che intenzionalmente si alterano e poi, belli stravolti, postano selvaggiamente contenuti e immagini decisamente sconvenienti e compromettenti, che se fossero lucidi mai posterebbero. Il risultato, considerato che in rete non esiste il diritto all’oblio, è che talvolta non vengono accettati nelle università che vorrebbero o che le proprie candidature vengono scartate. L’altro aspetto della relazione tra giovani bevitori e social è il potere seduttivo che possono esercitare sui coetanei, contribuendo a divulgare comportamenti che, agli occhi di un giovanissimo, possono avere un certo appeal. 

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Quando Internet è una mano tesa

Anche in questo caso però esiste un lato buono, o quantomeno potenzialmente positivo. Le reti sociali infatti possono essere utilizzate da chi vuole sensibilizzare i ragazzi e sono un’indiscussa opportunità di raggiungere i più giovani proprio nel loro terreno. Basta industriarsi. Senza contare che talvolta giovani o meno giovani hanno trovato nei social un viatico verso la salvezza. Il fenomeno dei drunk blogger è stato descritto da tempo e non riguarda solo gli adolescenti bensì tutti i bevitori che poi sono soliti postare o scrivere in rete. Queste persone affette da una vera e propria dipendenza talvolta si sono trovate meno sole con il proprio problema e, se è vero che disseminavano tracce imbarazzanti della propria dipendenza, è vero anche che nella solitudine della loro condizione sono riuscite a trovare un confronto sociale proprio grazie ai social e qualche volta addirittura un aiuto, qualche contatto o amico che dir si voglia che si è accorto dell’esistenza di un problema forte e ha teso una mano.È la storia di Susan Linney (e probabilmente di molti altri), pubblicata tempo fa sul New York Post che in un lungo articolo raccontava come un “drunk blog post” ha salvato la vita di questa freelance quarantenne dallo spiccato talento che si beveva circa una bottiglia di vodka al giorno. Susan non si rendeva conto fino in fondo della propria dipendenza e del rischio al quale sottoponeva la propria vita. Fu proprio un post esplicitamente alterato a far sì che molte persone percepissero il problema, accorrendo in aiuto della donna. Non a caso l’articolo del New York Post si intitola «Un post da ubriaca mi ha salvato la vita».

27 dicembre 2018 (modifica il 28 dicembre 2018 | 09:34)

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Autore dell'articolo: admin