Berlusconi “scese in campo” e nacque Forza Italia. Un quarto di secolo fa


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Il 18 gennaio, certifica l’almanacco della vita politica nazionale, di avvenimenti di rilievo ne ha visti, nel corso degli anni. Quel giorno, nel 1919 don Luigi Sturzo lanciò il Manifesto ai Liberi e Forti, atto fondativo del Partito popolare e, di fatto, della Dc. Settantacinque anni più tardi, in quello stesso giorno, il Partito Popolare rinacque, proprio dalle ceneri della stessa Balena Bianca. E proprio in quel 18 gennaio 1994, presso lo studio romano del notaio Colistra veniva depositato l’atto costitutivo del movimento politico Forza Italia: soci fondatori Silvio Berlusconi, Antonio Tajani, Antonio Martino, Luigi Caligaris e Mario Valducci.

Nasceva la seconda Repubblica, ufficialmente ‘partorita’ dalle elezioni politiche del 27 e 28 marzo ma anticipata dalla fondazione di quel partito (‘azienda’, o ‘di plastica’, quasi mai senza aggettivazioni per la gran parte degli osservatori) che ora va incontro alla sua ennesima nuova fase.

Una calza di seta avvolge la politica

L’atto di nascita riporta il 18 gennaio mentre il battesimo è affidato a un video, recapitato nelle redazioni dei tg il 26. Lo trasmise in integrale – 9 minuti e 25 secondi, per la cronaca – solo il Tg4. Cominciava con “l’Italia è il Paese che amo”, due frasi dopo Silvio Berlusconi confermava di aver scelto “di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica”. Scrivania e scaffali in legno, colori caldi, un’atmosfera avvolgente favorita dalla ‘calza’ – la leggenda prese alla lettera l’uso di un filtro della telecamera che sfumava la luce – Berlusconi si mostra circondato da alcune foto di famiglia in cornici d’argento, indossa il doppiopetto blu d’ordinanza con camicia celeste e cravatta blu a piccoli pois bianchi. Intorno ai 6 minuti l’inquadratura ‘stringe’ sul busto e verso la fine torna ad aprirsi, quando i fogli del discorso restano sul piano dello scrittoio e arriva la promessa di un “nuovo miracolo italiano”.

Sbarca lo spin doctor

Gli italiani non lo sapevano ancora ma quella scena l’avrebbe rivista più e più volte, e con innumerevoli varianti, da allora in poi: il Cavaliere e gli altri politici avrebbero via via battuto la strada del video, del maglioncino al posto del completo, di tutto quell’armamentario in fatto di comunicazione che sino ad allora era sconosciuto. Quel video e quell’atto costitutivo segnavano anche l’istante iniziale di ogni ‘staff’, cioè quello che fino ad allora era sempre stato – e alla fine tale è rimasto anche dopo – l’ufficio stampa di ogni leader politico. Settore ammodernato, e aggravato, da una serie di innovazioni, tecniche e stilistiche, che avrebbero portato anche nel nostro Palazzo un’altra figura d’importazione, quella dello spin doctor.

Insomma, la politica ai tempi dei manifesti stradali (il Cavaliere non bada a spese e punta sui 6×3) quando i social erano di là da venire e i telefonini costavano quanto gli smartphone di punta attuali, ma al massimo inviavano sms.

La Destra sdoganata

Impossibile non parlare dei 25 anni di Forza Italia (slogan, con il punto esclamativo alla fine, della campagna elettorale Dc nel 1987) senza il capitolo Comunicazione, non foss’altro perché quello fu il comparto principale nella formazione di un partito che non c’era, letteralmente. La sua mossa più pesante nella marcia di avvicinamento verso “l’amaro calice” fu quello che oggi abbiamo imparato a catalogare alla voce ‘endorsement’: “Alle elezioni comunali di Roma, se potessi votare, voterei per Fini”, disse l’allora solo imprenditore, per quanto irrequieto, Berlusconi. È lo ‘sdoganamento’ della destra, la fine dell’arco costituzionale: il patto non scritto per cui i voti ex Msi si accettavano, se necessario, ma non si chiedevano. Almeno non in pubblico.

Il crepuscolo dei partiti

La Prima Repubblica stava cadendo. La Lega cresceva a ogni appuntamento con le urne, il pentapartito perdeva pezzi, il partito dei sindaci mieteva successi. E poi c’erano le inchieste, ovviamente. Gli avvisi di garanzia. Le dimissioni a raffica di parlamentari e uomini di governo. Vero è che l’ingresso diretto in politica era il ’second best’, perché fino all’ultimo il fondatore di Mediaset aveva fatto pressing su Mino Martinazzoli, ultimo segretario Dc e primo Ppi, e Mario Segni, l’uomo del momento con i suoi Pattisti, perché si coalizzassero. Il progetto non prese forma e si passò all’impegno diretto.

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Silvio Berlusconi con il leader della destra Gianfranco Fini durante una manifestazione a Roma nel 1996

Prima si costituisce l’Associazione per il buongoverno, poi i Club, arrivano simbolo e inno e la prima kermesse ufficiale per la presentazione all’americana dei candidati – altra novità per l’Italia – selezionati attingendo al management delle aziende Fininvest, ad alcuni politici di lungo corso e a una corposa componente di ‘professori’.

Un presidente è per sempre

Un partito del tutto diverso dagli altri, nella struttura e nell’organizzazione interna: si passa dal segretario al presidente, dalla liturgia di correnti e congressi a Consigli nazionale fiume, sostanzialmente affidati all’oratoria e alla capacità di ‘mattatore’ di Berlusconi.

Il primo congresso FI si tenne solo nel ’98, ad Assago – il secondo si terrà, sempre lì, nel maggio 2004 – ed anche questa rarefazione dei tradizionali appuntamenti di partito finirà per diventare diffusa, anche perché nel frattempo le leadership si consumano sempre più velocemente e sempre più all’insegna di quella che oggi chiamiamo disintermediazione.

Morte e rinascita     

Annunciato nel novembre 2007, lo scioglimento di Forza Italia arriva un anno dopo, con la nascita del Popolo della libertà: anche qui con effetti speciali, perché il discorso chiave stavolta cala dal predellino dell’auto blindata del leader FI, nel corso di un incontro in strada con alcuni sostenitori. E senza che ne fossero stati avvisati gli altri soci contraenti, Gianfranco Fini in primis. Forza Italia tornerà nel novembre 2013, stavolta dopo aver subito una scissione, quella di Angelino Alfano con il suo Nuovo centrodestra.

In mezzo a quelle date ci saranno il primo governo, un avviso di garanzia ‘in diretta’, uno sciopero contro la Finanziaria e i tagli alle pensioni, le dimissioni da Palazzo Chigi, il ‘ribaltone’, la ‘traversata del deserto’, il Contratto con gli italiani, il ritorno a Palazzo Chigi, un’epocale apertura di semestre di presidenza Ue, una crisi dopo le Regionali e un esecutivo bis, la vittoria alle Politiche del 2008, con conseguente ritorno alla guida del governo.

Tra Bruxelles e l’Olgettina

Si arriva al 2011, il caso delle Olgettine tiene sempre più banco, e riempie sempre più fascicoli in Procura. Soprattutto, irrompe sulla scena un nuovo protagonista del dibattito politico: lo spread. Alle stelle. E una risata di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy seppellisce, mediaticamente, un’epoca. In un centro di Roma dove una folla da finale dei Mondiali (ma stavolta il tifo è contro gli ‘azzurri’) punteggia il tragitto tra via del Plebiscito – che nel frattempo l’immaginario collettivo ha identificato con le ‘cene eleganti’ – e il Quirinale, Berlusconi sale a comunicare le sue dimissioni. Arriva Mario Monti. Ma il film non termina qui.

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Alessandro Serrano’ / AGF 

Salvini – Berlusconi (Agf) 

Il sorpasso

Forza Italia rinasce in un 2013 segnato sì da una sconfitta elettorale ma di misura: il senatore Berlusconi accetta la coalizione di larghe intese con Pd e Scelta Civica, il partito nel frattempo fondato dallo stesso Monti. Il 1 agosto viene condannato in via definitiva dalla Cassazione per frode fiscale, nell’ambito del processo Mediaset; il 4 ottobre la Giunta delle elezioni del Senato vota a favore della decadenza da senatore per effetto della legge Severino. Seguiranno un periodo di affidamento in prova ai servizi sociali, le ultime politiche dove, non candidabile, Berlusconi è “presidente” nel simbolo riportato sulla scheda, ma c’è il sorpasso di Salvini. Il 12 maggio arriva la riabilitazione e, dunque, la ricandidabilità decorsi i 6 anni di interdizione previsti dalla Severino.

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