Bambole a Hollywood | il manifesto


Bambole perverse. Perverse? Il titolo è allettante, la copertina pure: sembra fatta apposta per suscitare l’interesse malizioso dello sguardo maschile – ma già il sottotitolo del libro di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri (ed. La Nave di Teseo, Milano 2018, prefazione di Luca Guadagnino) rimette le cose a posto: Le ribelli che sconvolsero Hollywood. Quella che ne viene fuori è piuttosto una galleria di bambole pensanti e combattenti, portatrici di un’istanza sovversiva di scardinamento simbolico. Dalla «fidanzata d’America», Mary Pickford (il potere dell’innocenza) al Cyborg mutante, Scarlett Johansson, la donna post-umana. Oppure perverse, sì, come sono perverse tutte le apparizioni del Corpo, sempre restio, specialmente quello connotato come femminile (non solo e non tanto in senso anatomico), a lasciarsi assorbire nell’ordine del linguaggio, anche del linguaggio narrativo. I boss delle Majors hollywoodiane cercavano volti e corpi cui affidare storie accattivanti e registi che si ingegnassero a narrarle nel modo più convincente possibile – ma ecco che un Corpo irrompe sullo schermo, un Volto irradia la sua luce, e abbaglia, confonde le acque, attira l’attenzione e il desiderio, distraendo dalle peripezie artificiose della trama.
AMADO MIO
Rita Hayworth. I produttori le promuovevano a star, come specchietto per le allodole nei confronti del pubblico (maschile e femminile), ma loro abbagliavano, come astri, capaci, se troppo a lungo fissati, di rendere ciechi. Le regole del Divismo, dello Star-system, erano ferree, addirittura si stabiliva il comportamento morale, pubblico e privato, per contratto – ma accanto alle oche giulive, accanto alle maggiorate sceme (spesso finte sceme), un nutrito manipolo di donne cercava di salvaguardare prima di tutto la propria libertà, spesso riuscendo a imporre le proprie scelte anche alla produzione.
CONTROSTORIA
Il libro di Ciotta e Silvestri non pretende d’essere una storia del cinema, sia pure al femminile. È semmai una contro-storia, anche perché non teme di esercitarsi in salti temporali, vertiginosi cortocircuiti cronologici. Però la storia getta spesso la sua ombra. Le due guerre mondiali, con la mobilitazione maschile, costituirono per le donne un formidabile strumento d’emancipazione. Occorreva fare lavori «maschili», uscire di casa, affrontare responsabilità, verso gli uomini al fronte, verso i figli. E non deve meravigliare che questa emancipazione, anche sul piano del lavoro, si cercasse poi, a cose fatte (a guerre finite), di farla regredire in tutti i modi.
CODICE HAYS
Richiamo all’ordine sessuale, rispecchiato, in America, anche dall’adozione del codice Hays, codice di autocensura ideato apposta per far sì che il cinema tornasse ad essere innocuo passatempo per famiglie e le «cattive ragazze», troppo spavalde, fossero messe al loro posto. Erano (e sono) attrici, registe, scrittrici, sceneggiatrici, scenografe, costumiste, montatrici… ma il libro giustamente parla soprattutto di attrici. Le registe, le scrittrici, hanno ancora troppo a che fare con l’ordine del simbolico, anche se si situano ai suoi margini, borderline, sul crinale dove il simbolico incontra l’immaginario. Le attrici portano invece la carica della fisicità fantastica, dove sempre balena qualcos’altro, quel certo non so che, l’it di Clara Bow.
CONTESSA SCALZA
Allora il povero Torlato Favrini (Rossano Brazzi) è costretto a svirilizzarsi, di fronte ad Ava Gardner, la contessa scalza, la dea marmorea, Pandora. Fidanzate d’America, it-girls, dark ladies (all’americana) o femmes fatales (all’europea), dolci e virginali, oppure capricciose e pericolose, femminili o maschiette, non di rado si aggirano sugli schermi hollywoodiani e non hollywoodiani come mine vaganti, da Mary Pickford (co-fondatrice della United Arists, primo tentativo degli artisti, registi, attori e attrici, di rendersi indipendenti dai diktat degli Studios) a Lillian Gish (il giglio infranto, musa di Griffith), da Clara Bow a Jean Harlow, da Greta Garbo a Marlene Dietrich, da Katherine Hepburn a Tilda Swinton. La rassegna di Ciotta e Silvestri è esaustiva e approfondita, frutto di lunghe ricerche «sul campo». Delle star «storiche», quelle che danno il loro nome ai vari capitoli del libro, si forniscono anche generalità e caratteristiche delle loro corrispondenti d’oggi («Oggi si chiama…»), secondo un virtuale passaggio di testimone. Ieri e oggi, nella staffetta del desiderio. Corpo e cervello. Grazia e ribellione.
DIE PUPPE
Tutto cominciò con… Con Alice, con la nasty woman, con Katharine Hepburn, con Ingrid Bergman, con Pearl White, con Die Puppe: al di fuori d’ogni cronologia, tutto cominciò e ricominciò, non fa che ricominciare. Ingrid dà scandalo, scrive a Rossellini, lascia in America la famiglia, viene in Italia accompagnata dagli anatemi dei benpensanti, si lancia nell’avventura d’un cinema povero, diviene un’icona del neorealismo, come la sua rivale Anna Magnani. Poi tornerà a Hollywood, pentita o fingendosi pentita, ma intanto ha segnato, con Rossellini, tappe fondamentali della storia del cinema. Quanto a Katharine Hepburn, costola d’Adamo, non fa che battibeccare con Spencer Tracy, si misura con lui sul piano professionale, non esita a ridicolizzarlo, per raggiungere i suoi scopi. Sportiva, indipendente, spiritosa. Per lei, come per Pearl White, non ci sono attività riservate (agli uomini).
NEW WOMAN
L’umida caverna stellare dove si annidano le madri mostruose è simbolo del femminile, ma le madri mostruose avranno a che fare con Sigurney Weaver, corpo armato di protesi meccaniche. Fino al corpo mutante, al corpo senza organi del cyborg-femmina, di Scarlett Johansson. Scrivono Ciotta e Silvestri: «Il corpo prigioniero del guscio di genere si libera nel passaggio dallo stato organico all’inorganico, nell’innesto di protesi meccaniche, e sfugge alle categorie maschio/femmina, umano/non umano verso la dimensione dell’ibrido. È la new woman, senza origini mitologiche, iconoclasta, in continua metamorfosi, inafferrabile e letale. Bambola perversa, cyborg” (p. 365). Il concetto di Corpo senza organi è legato ad Antonin Artaud, che ne auspicava l’avvento come modificazione anatomica, da eseguire sul tavolo operatorio, per farla finita col Corpo di dolore (e col connesso giudizio di dio – rigorosamente scritto con la minuscola), ma Ciotta e Silvestri richiamano un’altra storia, altrettanto pertinente. È la storia della Puppe, della bambola a grandezza naturale con le fattezze di Alma Mayer che Kokoschka, il pittore, commissionò negli anni dieci del Novecento a Hermine Moos, geniale modista e fabbricante di bambole. Alma l’aveva lasciato e il pittore, ancora innamorato, si illudeva di poterla sostituire con un simulacro. Moos fece un buon lavoro, fornì quanto richiesto, ma Kokoschka, alla fine, rimase deluso del risultato. Finì per distruggere la bambola, con un gesto di violenza, destinato a ripetersi da parte di tanti maschi frustrati, contro tutte le bambole colpevoli di resistenza.


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