Artrite reumatoide: troppe diagnosi in ritardo, ma ci sono cure efficaci


Un dolore persistente alle articolazioni, talvolta accompagnato da gonfiore, che si fa sentire soprattutto di notte e al mattino, per poi attenuarsi nel corso della giornata. Colpisce le giunture di mani e piedi e compare per lo più in persone giovani, tra i 40 e i 60 anni, ancora nel pieno della loro attività sociale, familiare e lavorativa. Circa 450mila italiani, in sette casi su dieci donne, soffrono di artrite reumatoide, una patologia che può essere curata e tenuta sotto controllo, e ora persino fermata prima che porti a una vera e propria invalidità. Che viene ancora individuata tropo spesso in ritardo, anche uno o due anni dopo la comparsa dei primi sintomi. Ma le terapie efficaci esistono. E nell’ultimo anno il panorama terapeutico si è ulteriormente arricchito con una nuova classe di farmaci, i JAK inibitori, che hanno dimostrato una grande efficacia, come indicano diversi studi presentati al congresso internazionale di reumatologia EULAR in corso a Madrid, dove è stata eletta alla presidenza l’italiana Annamaria Iagnocco.

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Caratteristiche


Iniziare subito una cura per non arrivare all’invalidità

«La diagnosi precoce è fondamentale – sottolinea Luigi Sinigaglia, presidente nazionale della Società Italiana di Reumatologia (SIR) e direttore del Dipartimento di Reumatologia del Centro Specialistico Ortopedico Traumatologico Gaetano Pini CTO di Milano -. Poter individuare questa e altre patologie reumatologiche agli esordi significa poter iniziare tempestivamente le cure, prima che provochino danni irreversibili e portino alla progressiva perdita di funzioni fondamentali che comportano negli anni l’invalidità dei malati». «È importante parlare col medico di famiglia senza trascurare a lungo i sintomi, che possono migliorare con il movimento (non sempre e spesso senza scomparire del tutto) – aggiunge Elisa Gremese, direttore della Divisione di Reumatologia all’IRCCS Policlinico Gemelli di Roma -. Oggi abbiamo diverse terapie efficaci a disposizione, dai DMARDs (dall’inglese disease modifying antirheumatic drug) che sono farmaci antireumatici modificanti la malattia utilizzati in prima battuta, alla loro versione biotecnologica (i cosiddetti B-DMARds) utilizzata in chi non risponde a quelli di primo livello. Ne esistono numerosi, con meccanismi d’azione differenti, utilizzati sottocute o per endovena che possono migliorare molto la vita dei pazienti. L’obiettivo a cui puntiamo è raggiungere uno stato di remissione clinica o almeno di bassa attività di malattia, misurato con le scale a nostra disposizione, in modo da ritardare o arrestare la progressione del danno osseo ed evitare la disabilità».

Puntare alla remissione, per migliorare la vita dei malati

«I JAK inibitori – continua Gremese – si rivelano utili sia in quella quota di pazienti che purtroppo non ottiene benefici delle altre cure a disposizione, sia per quelli che vedono un avanzamento dell’artrite. E questa classe di medicinali oggi ci consente di puntare a un obiettivo importante: la remissione clinica, ovvero fermare la progressione della malattia».In questo contesto s’inseriscono i dati di uno studio, pubblicato anche sulla rivista scientifica The Lancet,  che ha valutato upadacitinib in monoterapia in pazienti con artrite reumatoide, in fase attiva di grado da moderato a severo e con risposta inadeguata al metotressato, ai quali è stata cambiata la terapia (da metotressato a upadacitinib) rispetto a coloro che hanno continuato a utilizzare la cura standard. Dopo 14 settimane di trattamento, gli endpoint primari previsti per lo studio clinico sono stati raggiunti da entrambe le dosi giornaliere di upadacitinib (compresse da 15 o 30 milligrammi). «I risultati del trial (SELECT-MONOTHERAPY) mostrano che upadacitinib, somministrato da solo in dose giornaliera, può fornire risposte clinicamente significative in termini di remissione, bassa attività di malattia e miglioramenti importanti della funzionalità fisica, confermando le potenzialità del farmaco come importante opzione terapeutica per i pazienti con artrite reumatoide» sottolinea Ennio Favalli, reumatologo al Gaetano Pini di Milano. 

Farmaci innovativi costosi, ma si può risparmiare

«I biotecnologici e gli altri farmaci innovativi sono cure complesse che devono essere prescritte in strutture sanitarie adeguate e da personale specializzato ed è fondamentale che la strategia terapeutica venga istituita con estrema tempestività – dice Mauro Galeazzi, past president SIR -. Così è possibile garantire a un numero sempre crescente di persone una buona qualità di vita, nonché ridurre le sempre crescenti spese sanitarie e sociali che un intervento terapeutico precoce è in grado di contenere». Un bisogno valido nell’artrite reumatoide, ma anche in tutte le patologie reumatologiche, che colpiscono nel loro insieme cinque milioni di italiani. «Va creata una nuova e più forte alleanza con i medici di medicina generale – aggiunge Roberto Caporali, segretario SIR e direttore della Struttura Complessa di Reumatologia Clinica al Pini -. Di solito è lui il professionista che svolge il delicato compito di diagnosticare all’esordio la malattia. Il suo ruolo può essere fondamentale per identificare i primissimi sintomi delle patologie, segnalare una ricomparsa della patologia oppure identificare effetti avversi legati alle terapie. Per questo è importante che in tutte le regioni i percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA) così come previsti dalle attuali leggi nazionali».

Una donna alla guida dei reumatologi europei

«Per avere diagnosi precoci e prescrivere le cure più mirate nel singolo caso e ottenere i maggiori benefici possibili per il paziente, evitando sprechi e ritardi costosi pure per il nostro sistema sanitario, è importante attivare le reti reumatologiche nazionali – conclude Sinigaglia -: facilitano l’accesso alle cure, razionalizzano la spesa, migliorano l’uniformità di cure sul territorio nazionale». Al congresso spagnolo è stata eletta come presidente EULAR (European League Against Rheumatism) Annamaria Iagnocco, che insegna reumatologia presso l’Università di Torino e lavora alla Città della Salute e della Scienza Le Molinette di Torino. Entrerà in carica ufficialmente tra due anni e sarà la prima donna italiana a guidare l’associazione europea che riunisce 45 società scientifiche di reumatologia, 36 associazioni nazionali di malati reumatici e 24 associazioni nazionali di infermieri e fisioterapisti. «Insieme ai membri del nuovo direttivo vogliamo lavorare per favorire il più possibile la ricerca medico-scientifica in reumatologia – dice -. Fondamentale sarà anche riuscire a svolgere nuove campagne informative rivolte all’intera popolazione. La nostra è, infatti, una branca della medicina che non gode ancora della giusta attenzione da parte dell’opinione pubblica nonostante le malattie reumatologiche interessino sempre più cittadini».

14 giugno 2019 (modifica il 14 giugno 2019 | 14:59)

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Autore dell'articolo: admin