Anni ’70, l’altra adolescenza | il manifesto


Tante storie sono state vissute, e quindi si possono raccontare, negli anni Settanta italiani. Non solo centrate sulla politica, quanto piuttosto sui percorsi personali di una gioventù che allora sembrava protagonista perché attraversava una trasformazione sia individuale che collettiva dai mille rivoli. Un cambiamento pieno di incognite, che però promettevano bene, è anche quello narrato da Stefano Casini nel suo ultimo romanzo a fumetti Gli anni migliori (Tunué, 176 pp, cartonato 17×24, euro 17). Con un impianto solidamente realistico radicato nel territorio della Toscana costiera della provincia livornese, tale da rendere credibili perfino i momenti immaginati di dialogo con chi non c’è più, la storia segue un periodo particolare nella crescita del sedicenne Saverio. I primi approcci sessuali e l’immaginario crasso che li circondava fra discorsi al bar e cinema popolare pruriginoso, gli echi di impegno e lotta glissati, dibattuti, assimilati, le musiche diverse che connotano chi le ascolta in modo diverso assieme ai loro luoghi, in discoteca o negli scantinati.
Varie sono le sfaccettature della vita vera che, pur ridotte spesso a stereotipi e cliché dalla società, rendono ogni esperienza unica. Così è, specie per le persone che Casini presenta efficacemente giostrandosi fra i personaggi di caricatura quotidiana e l’umanità che ciascuno porta. Sotto la crosta coriacea di una nonna benevola e gli sfottò reciproci con l’amico Max c’è molta più ricchezza interiore di quanto la maschera lasci trasparire a chi non è in sintonia. Così alle leggendarie trombate del bellimbusto di paese Italo o ai monomaniacali commenti del vecchio Artemisio si mescolano in egual misura gli aspetti ridanciani e amari dell’esistenza fatta di amore e di morte, di lavoro e di piacere.
Artista anche per la serie bonelliana Nathan Never e apprezzato all’estero per graphic novel quali Hasta la victoria!, Casini ricrea qui con matite e acquarelli quell’atmosfera salmastrosa e schietta del tessuto umano e geografico vissuto anche in prima persona. Approfondiamo con l’autore.
Come nasce questo romanzo grafico di formazione?
L’ispirazione era scaturita dall’idea di parlare del personaggio Italo, il donnaiolo, giocatore, vitellone locale. Poi si è trasformato nella necessità di raccontare un altro tipo di adolescenza, diversa inevitabilmente da quelle attuali, ma non per questo meno difficili, e mi sono lasciato prendere la mano. Del resto spesso le opere hanno una volontà tutta loro.
In postfazione chiarisci che il protagonista Saverio non sei tu, ma quanto c’è di autobiografico?
Molto. Non puoi non attingere al tuo vissuto, le tue esperienze, le persone che hai conosciuto, i contesti locali. Tieni presente che a livello grafico, quelle che oggi definiamo location, sono esattamente quelle del paese e della casa dove ho vissuto, realizzate a memoria, ma con l’intento di donargli una dignità che lo fissasse nel tempo, come graffiti di un’epoca.
I discorsi da bar, i personaggi locali, gli amici scanzonati di scuola, gli interni di vita vissuta sono realistici e rendono bene un’ambientazione toscana non da macchietta. Come hai operato in questo senso?
Mi è bastato ricordare e guardarmi attorno, e soprattutto cercare di condire il tutto con quella toscanità che ha la capacità di alleggerire, o in certi casi rendere grevi, anche le banali cose di ogni giorno, dando alla quotidianità aspetti comici o drammatici a seconda dell’umore.
Gli anni del titolo sono migliori perché sono quelli di giovani qualsiasi in cerca di risposte o anche per il momento storico degli anni Settanta?
Anche se non è vero, gli anni migliori dovrebbero essere quelli dell’adolescenza, perché in quel periodo tumultuoso e difficile crei le basi dell’uomo che sarai domani, in cui ogni esperienza serve a costruire il carattere di ciò che diventerai. È di quel periodo la carica di entusiasmo ed energia che il tuo corpo riesce ad esprimere e che non avrai mai più per il resto della tua vita. Sugli anni Settanta ci sarebbe da fare un discorso a parte, e per certi versi sì, forse anche dal punto di vista storico quegli anni erano migliori e più leggibili agli occhi di un adolescente.
Eppure mostri scioperi studenteschi più come occasione per evitare un’interrogazione e andare a giro. Non è una visione troppo leggera?
Può darsi, ma per quanto fossi d’accordo su certe idee, la vedevo così. In quel periodo la provincia toscana era «rossa», cioè di una fede politica indiscutibile, almeno nelle assemblee studentesche a cui partecipavo, senza contraddittorio. C’era un conformismo che non mi piaceva. Ma a 16 anni il nostro coinvolgimento o era indirizzato da una politicizzazione totale coadiuvata dai tempi, oppure era di convenienza, una convenienza da studenti. Eravamo ragazzi e il contesto mondiale ci coinvolgeva sì, ma alla fine lo sciopero in concomitanza di una interrogazione era da benedire.
Nel fumetto la notizia della strage fascista a Piazza della Loggia a Brescia rappresenta più una perdita d’innocenza, una presa di coscienza o cosa?
Non era stata la prima bomba di quella triste stagione, e la presa di coscienza c’era già stata da tempo. Semmai l’innocenza in quel periodo l’abbiamo persa molto più tardi dei ragazzi di oggi. Forse per la mia generazione quel momento storico era i buoni da una parte, i cattivi dall’altra, socialismo contro imperialismo, in una dicotomia che semplificava moltissimo pensieri e posizioni. Per questo era tutto più facile e l’impegno politico era molto più sentito e praticato.
L’educazione sentimentale del protagonista passa per l’amicizia con Max, le visite alla nonna di poche parole e soprattutto i dialoghi con l’immaginario anziano pescatore-uomo di mondo. È l’aspetto che più ti premeva nella storia?
Max è la leggerezza di chi ancora non vuole farsi troppi problemi e ha ancora voglia di divertirsi, più che affrontare le paturnie dell’età adulta che si sta avvicinando. A me sembrava utile raccontare quanto un ragazzo che attraversa un periodo difficile e tumultuoso come l’adolescenza avesse bisogno di qualcuno a cui ispirarsi, allora come adesso, che nell’affanno della ricerca può essere visto sia nello sfaccendato vagabondo, quanto nella saggezza di un vecchio «tombeur des femmes» pieno di aneddoti e consigli, o addirittura nella dirittura morale della vecchia nonna, risoluta e forte.
E poi c’è la bella dirimpettaia Marisa, lavoratrice e casalinga, che richiama l’immaginario erotico cinematografico con Laura Antonelli. Che peso ha nella crescita di Saverio?
Totale, è forse il punto di svolta della sua maturità, o presunto tale. Il sesso visto non come tabù, ma come tappa fondamentale un po’ maschilista per il transito dall’adolescenza all’età adulta, un argomento cruciale che attraversa tutto il racconto. Ma la ricerca delle ragazze è vissuta come riscatto di un’esistenza che deve trasformarsi in adulta, un totem intorno al quale costruire una nuova identità.


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