Anche se ho passato 37 anni di «vita parallela» tra ospedali e cliniche, questa malattia mi ha dato il coraggio di fare certe scelte, di essere più altruista e gentile con le persone. Se posso, aiuto chiunque perché mi fa stare meglio


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Nel 1981, all’età di 20 anni, quando stavo per finire il servizio militare mi ricoverarono  in ospedale. Non sapevo che cosa avessi. Casualmente, leggendo nella cartella clinica, lo scoprì: linfoma di Hodgkin al 4 stadio. Bene, mi informai e finalmente capì di cosa si trattava. I miei genitori non mi dissero nulla, anche perché allora era una malattia complicata da curare e con esiti incerti.

Mi sono fatto coraggio, ho fatto finta di non sapere e ho affrontato il tutto con serenità e spirito ottimistico. Immaginate: chemio più radio,  più piccoli interventi diagnostici  per scongiurare infiltrazioni ossee. Dopo mesi di ospedale sono uscito, mi sembrava  di volare, ero contento, mai un turbamento. Il rapporto con i  miei «amici» però era diventato complicato. Non potevo fare quello che facevano loro , niente luoghi affollati, niente sport , niente strapazzi.

Accettato questo, mi sono messo di impegno nel lavoro per trovare qualcosa che mi desse soddisfazione.  Ho fatto l’odontotecnico. Dopo  quattro anni di controlli  tutto procedeva bene, allora ho deciso di diplomarmi , contro il parere dei miei genitori, ma  l’ho fatto comunque e ci sono riuscito.

Questa malattia mi ha dato il coraggio  di fare certe scelte , di essere più altruista e gentile con gli altri , non sono un angelo, ho anch’io  a volte sono un  rompiballe…Sono andato avanti. Sempre sotto controllo medico.  Ho aperto una mia attività, ho trovato una compagna e comprato casa.

Nel 2009, però, mi si è ripresentato un nuovo linfoma di Hodgkin  sempre 4 stadio. Dopo una valutazione, si riparte con le cure. Sono riuscito a lavorare mentre mi curavano,  fino al  terzo ciclo. Poi ho accusato difficoltà  fisiche, con ripercussioni sulla mia resa lavorativa. I miei soci me le hanno fatte pesare e così sono entrato in crisi . Ogni volta che andavo a lavorare mi venivano crisi di pianto (MAI AVUTE  IN TUTTI GLI ANNI PRECEDENTI CHE SONO STATO IN CURA), ma solo in quella precisa circostanza. A quel punto ho dedotto che qualcosa non funzionava nelle persone attorno a me. Il mio ematologo vedendomi  preoccupato, mi ha chiesto il perché.

Gli ho spiegato tutto . Lui mi ha detto: «Se stai male non puoi affrontare niente,  cerca di curarti bene.  Anche perché io non ho mai visto una persona come te, serena, tranquilla, che affronta due volte questo percorso. Non farti annullare da queste persone che non capiscono». Alla luce di questo  mi sono  ritirato  dalla società e  ho eliminati i miei soci dalla mia vita,  ho riaperto un’attività per conto mio e continuo il percorso.

Tutto questo mi ha lasciato dei problemi a livello neurologico , ma io continuo la mia vita , ho  perso degli amici ma ne ho trovati altri. Io non porto rancore,  non serve. Affronto la vita con  serenità  e con il sorriso, anche  se non  ho avuto una vita normale. Ma è la mia, anche se ho passato  37 anni  di «vita parallela» tra ospedali  e cliniche. Se posso aiuto gli altri, perché mi fa stare meglio. E ancora oggi, a 56 anni, rileggendo la mia storia mi emoziono.

G.P.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin