Anche nell’Ottocento si moriva di tumore: il più diffuso era all’utero


Anche nell’Ottocento si moriva di tumore. Perlomeno a Milano. Lo dicono i dati appena pubblicati su Lancet Oncology derivanti da una ricerca dell’Università Bicocca condotta nell’Archivio storico diocesano di Milano, che raccoglie tutti i registri di morte parrocchiali fin dalla loro istituzione, nel 1614.

I numeri analizzati

Michele Augusto Riva, ricercatore di storia della medicina del dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca, e Sara Conti, biostatistica del centro di studio e ricerca sulla Sanità pubblica guidato dal professor Giancarlo Cesana, hanno analizzato il periodo 1816-1822 e schedato oltre 29mila soggetti deceduti. Si sono evidenziati 357 tumori tra le cause di decesso, principalmente diagnosticati in soggetti di sesso femminile (78 per cento), il 37 per cento dei quali all’utero. Oggi non si muore (quasi) più di questa patologia grazie al Pap test e al vaccino contro il papillomavirus(HPV).

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Dato simile ad oggi

«Questo dato è simile a quello riscontrato ancora oggi nei paesi in via di sviluppo, dove il tumore della cervice uterina è un problema sanitario molto rilevante, sia in termini di incidenza sia di mortalità – osservano i ricercatori in una nota – . Anche nella Milano di inizio Ottocento, la scarsa igiene personale e la promiscuità sessuale potrebbero avere favorito la diffusione dell’infezione da papillomavirus (HPV) che, come è noto, è all’origine di questo tipo di tumori. A conferma di questa ipotesi è l’età media di morte delle donne analizzate nello studio che risulta essere più bassa di quella degli altri soggetti colpiti da tumore nello stesso periodo. Il tumore uterino colpisce, infatti, le giovani donne», hanno spiegato gli studiosi.

Il tumore nel mondo antico

«Il tema della diffusione dei tumori del mondo antico è molto dibattuto – spiega Michele Riva – . Fino a oggi sono stati riportati in letteratura solamente casi aneddotici di tumori, riscontrati prevalentemente in mummie. La scarsa conservazione degli organi rende difficile l’individuazione di tumori in resti umani antichi. Il nostro lavoro è il primo ad analizzare sistematicamente i dati raccolti nei registri parrocchiali ed è il primo ad essere stato condotto sulla popolazione di un’intera città in un periodo di tempo così lungo. I registri di mortalità parrocchiali, che costituiscono un unicum a livello internazionale per completezza di informazioni contenute, potrebbero essere utilizzati nei prossimi anni per indagare la diffusione di altre patologie nel mondo antico».

20 ottobre 2018 (modifica il 21 ottobre 2018 | 13:06)

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