Alzheimer, «non ti scordar di te»


Riuscire a effettuare diagnosi sempre più precoci e precise della malattia di Alzheimer, che solo in Italia colpisce circa 600mila persone. Su quest’obiettivo si stanno concentrando gli studi effettuati dalla rete Airalzh, Associazione italiana ricerca Alzheimer onlus, composta da 25 giovani ricercatori che lavorano in Università e Centri di eccellenza sparsi sul territorio nazionale grazie all’erogazione di 25 assegni di ricerca banditi dall’Università di Firenze e finanziati da Coop per 3 anni. I risultati ottenuti nei primi due anni di lavoro dai ricercatori della rete sono stati presentati a Milano in prossimità della Giornata mondiale Alzheimer, il 21 settembre. Spaziano dalle nuove interpretazioni applicate a strumenti diagnostici già utilizzati, come la risonanza magnetica e la PET (Tomografia a positroni), alla ricerca di nuovi biomarcatori nei liquidi biologici come il liquor e la saliva, dall’utilizzo di nuovi strumenti diagnostici, ai fattori che possono ritardare la diagnosi nei pazienti con demenza.

Perché è importante la diagnosi precoce?

«Sappiamo che ci si ammala di Alzheimer molti anni prima di quando compaiono i sintomi ed è stato calcolato che basterebbe ritardare di 5 anni l’esordio della malattia per ridurre del 40-50 per cento il numero di malati nel mondo – spiega il presidente di Airalzh, Sandro Sorbi, ordinario di Neurologia all’Università di Firenze e direttore della clinica neurologica dell’Azienda ospedaliera universitaria Careggi -. La sfida è cercare di capire chi si può ammalare e mettere in atto meccanismi per ritardare la malattia. Nonostante due anni siano un termine temporale decisamente minimo per la ricerca scientifica, gli studi dei giovani ricercatori della rete Airalzh stanno già dando risultati interessanti, e sono stati pubblicati 27 lavori scientifici su riviste internazionali». 

Utilizzo della stimolazione magnetica transcranica

Punta a identificare alcuni marcatori che potrebbero diagnosticare la malattia di Alzheimer in modo specifico sin dalle prime fasi lo studio condotto da Valentina Cantoni, ricercatrice presso il Dipartimento di scienze cliniche e sperimentali dell’Università di Brescia (tutor: professor Alessandro Padovani). La ricerca si avvale della stimolazione magnetica transcranica, che può essere utilizzata per distinguere la malattia di Alzheimer dalla demenza frontotemporale, le due forme principali di demenza. L’indagine consente di valutare l’integrità dei circuiti cerebrali dipendenti dall’attività di diversi neurotrasmettitori, come quello dell’acetilcolina che risulta coinvolto nei pazienti affetti dalle forme iniziali di Alzheimer e quello del GABA che risulta maggiormente coinvolto nei pazienti affetti da forme iniziali di demenza fronto-temporale. La potenzialità espressa dalla stimolazione magnetica transcranica in ambito diagnostico precoce fa ipotizzare un suo possibile utilizzo clinico senza i limiti (per esempio: invasività, disponibilità, costo) di un monitoraggio effettuato con altri biomarcatori di neurodegenerazione, quali ad esempio la PET o l’analisi del liquido cerebrospinale. Infine, individuare l’interessamento selettivo di circuiti diversi nelle diverse forme di demenza consente di ipotizzare lo sviluppo di farmaci specifici per ciascuna di esse. 

Dimensioni diverse dei solchi cerebrali

Sul fronte della diagnosi, mira a valutare le dimensioni dei solchi cerebrali, che normalmente disegnano la superficie dei nostri emisferi cerebrali, lo studio condotto da Giorgio Giulio Fumagalli, medico specialista in neurologia e ricercatore presso il Dipartimento di fisiopatologia medico-chirurgica e dei trapianti dell’Università di Milano, Fondazione Ca’ Granda, IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico di Milano (tutor: professor Elio Scarpini). L’ipotesi alla base della ricerca è che, rispetto ai soggetti normali, nelle diverse forme di malattie neurodegenerative le dimensioni dei solchi aumentino in zone specifiche della superficie cerebrale. Questo consente di fare una diagnosi differenziale. Lo studio si è avvalso di misurazioni svolte sulle immagini di risonanza magnetica cerebrale di numerosi pazienti, effettuate sia visivamente che con l’uso di un software specifico: da un lato, si dimostra che anche un’analisi visiva, mirata a specifici solchi cerebrali, potrebbe essere applicata durante una visita in ambulatorio per inquadrare meglio la diagnosi di un paziente o definire il suo grado di malattia, dall’altro, con un software automatizzato, potrebbe essere possibile anticipare nel tempo la diagnosi di demenza frontotemporale. 

Modificare il rischio di ammalarsi

Un altro progetto sul quale sta lavorando Irene Piaceri, ricercatrice presso il Dipartimento Neurofarba (Neuroscienze, psicologia, area del farmaco e salute del bambino) dell’Università di Firenze, si focalizza sullo studio di uno dei possibili meccanismi epigenetici (metilazione del DNA) che può influenzare la produzione della proteina Tau, coinvolta nello sviluppo della malattia di Alzheimer. «Esistono evidenze solide sull’azione di fattori ambientali, stili di vita (il modo in cui viviamo, ciò che facciamo o mangiamo) e la possibilità di modificare il rischio di ammalarsi di Alzheimer – spiega il professor Sorbi -. L’epigenetica studia come questi eventi non genetici agiscono sull’attività dei nostri geni; nel caso della malattia di Alzheimer, l’obiettivo è cercare di modificare il meccanismo con cui poter modulare l’attività dei geni interessati, per esempio potrebbe essere ritardata l’età biologica anche di soggetti affetti dalla malattia». I risultati iniziali dello studio hanno evidenziato delle differenze tra i pazienti analizzati e i soggetti sani di controllo, da confermare in una casistica più ampia. 

Iniziative per promuovere la ricerca

In prossimità della giornata mondiale dell’Alzheimer il 21 settembre, sono diverse le iniziative promosse da Airalzh su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica e far conoscere la malattia. Il 18 settembre, davanti all’Università Statale di Milano, i giovani ricercatori della rete coinvolgeranno studenti e passanti, raccontando il loro impegno nella ricerca su una malattia che può colpire tutti, non solo le persone in età avanzata. In diverse città, presso alcuni punti vendita Coop, saranno allestiti banchetti con materiale informativo per sensibilizzare i consumatori e raccogliere donazioni a favore della ricerca. Fino al 30 settembre nei supermercati e ipermercati Coop si potrà acquistare una piantina di erica calluna all’interno dell’iniziativa «Non ti scordar di te» volta a sostenere la ricerca.

18 settembre 2018 (modifica il 18 settembre 2018 | 12:42)

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Autore dell'articolo: admin