Aderenze intestinali, scoperto un gene che aumenta il rischio


Dopo un intervento chirurgico all’addome capita spesso che si formino aderenze intestinali che col tempo possono portare a occlusione intestinale: l’incidenza varia dal 37 al 90 per cento e in tutto il mondo met degli interventi in urgenza avviene proprio per risolvere un’occlusione da aderenze. Una ricerca dell’universit di Ferrara ha appena dimostrato che le aderenze sono pi probabili in pazienti con specifiche varianti genetiche del Fattore XIII del sangue, coinvolto nei processi di coagulazione.

La ricerca

L’indagine, pubblicata su Scientific Reports, ha coinvolto oltre 400 pazienti operati in laparoscopia: un gruppo era stato operato di nuovo per occlusione intestinale da aderenze o vi si erano trovate aderenze in un secondo intervento laparoscopico qualsiasi, l’altro gruppo comprendeva soggetti senza sintomi di aderenze o che, in un eventuale secondo intervento, non ne mostravano i segni. In tutti stata eseguita un’analisi delle varianti genetiche per il Fattore XIII, un fattore della coagulazione coinvolto in processi di riparazione dei tessuti attraverso la formazione di fibrina; i risultati mostrano che alcune varianti polimorfiche nei geni del Fattore XIII (F13A1 e F13B) aumentano il rischio di aderenze e soprattutto della loro complicanza pi temuta, l’occlusione intestinale. Le aderenze, pi frequenti nelle donne, provocano infatti anche infertilit, dolore cronico e difficolt in caso di nuovi interventi ma il rischio maggiore proprio l’occlusione intestinale: le aderenze formano delle specie di “briglie” che strangolano le anse dell’intestino occludendo il passaggio dei cibi ingeriti. Finora non esistevano marcatori predittivi: l’occlusione quindi esordiva in genere senza alcun segno premonitore e senza che ci fosse alcun marcatore prognostico per riconoscere i soggetti a rischio.

Scoprire il proprio grado di rischio

Tutto potrebbe cambiare d’ora in poi grazie alla scoperta dei ricercatori ferraresi, coordinati dal chirurgo Paolo Zamboni dell’unit Operativa di Chirurgia Traslazionale e dal genetista Donato Gemmati del Centro Emostasi e Trombosi dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara. L’idea ci venuta oltre dieci anni fa osservando al microscopio elettronico il processo di riparazione dei tessuti – racconta Zamboni -. Notammo come le ferite di soggetti portatori delle varianti geniche del Fattore XIII guarissero sviluppando fibre abnormemente pi spesse e ipotizzammo che questa prerogativa potesse contribuire a spiegare il mistero delle spesse aderenze che imbrigliano fino a occludere le anse intestinali. Aggiunge Gemmati: Da allora il lavoro stato molto lungo, anche perch in laboratorio abbiamo dovuto caratterizzare i geni di persone operate almeno dieci anni prima. Questa ricerca aprir nuovi orizzonti diagnostici, prognostici e preventivi, forse anche a nuovi sviluppi nel campo della farmaco-genomica. In futuro infatti con un test genetico relativamente semplice dopo un intervento all’addome si potr probabilmente scoprire il proprio grado di rischio per lo sviluppo di aderenze; in chi risulter elevato, si potranno pensare strategie preventive o di monitoraggio per ridurre il pericolo di occlusione intestinale.

16 novembre 2018 (modifica il 16 novembre 2018 | 12:48)

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Autore dell'articolo: admin