A Monfardini il premio alla carriera per l’oncologia: ha fatto la storia della lotta ai tumori, specie negli anziani


Quando incontri Silvio Monfardini hai l’impressione di fare un tuffo nella Storia. Al primo impatto perché ha l’atteggiamento da gentleman che è sempre più raro da riscontrare negli uomini più giovani. E poi, quando si ha il piacere di conversare con lui, perché ci si rende conto che lui è un pezzo (ancora assai vivace) del nostro passato: ha partecipato ai momenti cruciali dell’oncologia italiana, dalla sua nascita all’Istituto Tumori di Milano negli anni Settanta, fino a ricoprire gli incarichi più importanti ai quali un oncologo può aspirare, in Italia e all’estero. Passando per numerosi premi e riconoscimenti, come quello che riceve oggi a Roma, in apertura del congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom): il premio alla carriera «Gianni Bonadonna», meritata testimonianza di una vita spesa fra corsie d’ospedale e ricerca. 

Quando l’Istituto Tumori era un «lazzaretto»

Il premio che ritira porta il nome di Gianni Bonadonna, pioniere della chemioterapia dei linfomi di Hodgkin e della mammella, con il quale Monfardini ha lavorato in via Venezian (sede dell’Istituto Tumori milanese), quando l’ospedale era considerato un «lazzaretto» perché i malati morivano quasi tutti e le cure a disposizione erano davvero poche. Negli anni Settanta e Ottanta in quei corridoi d’ospedale sono passati tutti i grandi oncologi e chirurghi: medici e uomini che con le loro ricerche hanno cambiato la storia di chi si ammala oggi. «E per questo i loro nomi sono noti in tutto il mondo, a testimonianza che la nostra medicina è stata ed è di altissimo livello», sottolinea Monfardini, che oggi è direttore del Programma di Oncologia Geriatrica all’Istituto Palazzolo – Fondazione Don Gnocchi di Milano.

«Monfardini e Bonadonna due galli nel pollaio»

«Per quanto riguarda Gianni Bonadonna, credo che i suoi contributi siano più che noti – dice Monfardini -. Sul piano personale direi che è quello che ha a me personalmente insegnato il mestiere. Sono stato il primo ad unirmi a lui come borsista all’INT, quando era diretto da Pietro Bucalossi. Abbiamo avuto un grande rapporto nei primi anni e poi però all’inizio degli anni ‘80 è arrivata la rottura : è la storia dei due galli nel pollaio, diceva Umberto Veronesi, anche lui con noi in quegli anni. Avevamo entrambi grandi ambizioni e grandi idee, convivere era complicato. Allora decisi di percorrere la mia strada ad Aviano. Ma dopo la sua malattia ci siamo riavvicinati, la stima reciproca ha prevalso. Guardando poi a coloro che mi hanno preceduto nel ricevere questo premio alla carriera ci sono tutti grandi nomi (Cocconi, Fiorentino, Santi, Bianco, Amadori, Veronesi, Tonato, De Lena, Luporini) che hanno in maniera significativa contribuito allo sviluppo della mentalità oncologica a livello nazionale, ma anche nelle varie Regioni. Hanno lasciato il segno si con la loro produzione scientifica sia con un paziente lavoro organizzativo, che ha fatto scuola per i giovani medici che sono venuti dopo».

Cosa serve all’Italia di oggi contro i tumori

E lei cosa dice a chi oggi sta iniziando la carriere di medico o sta pensando di avvicinarsi all’oncologia? «Che servono curiosità, ambizione positiva e visione, ovvero la capacità di pensare per grandi obiettivi – risponde -. E poi è necessario il contatto con uno o più Maestri. Naturalmente poi, dati tempi spesso molto lunghi per ottenere un risultato, occorrono anche determinazione, pazienza e resistenza». Un premio alla carriera porta con sé inevitabilmente dei bilanci. Nel suo discorso ha citato Winston Churchill. «Quanto più a lungo guardi nel passato, tanto più lontano vedi nel futuro». Quali conclusioni trae oggi? «I risultati ottenuti negli anni ‘70-‘80 all’Int di Milano nella sperimentazione della adriamicina nel campo dei linfomi e del carcinoma mammario, sono la somma di alcuni fattori: leadership con visione e capacità di motivare il gruppo utilizzando anche l’abilità ideativa dei singoli componenti. Anche se in mezzo a un grande scetticismo dei colleghi all’esterno, con la consapevolezza di avere solo farmaci con poca specificità, col rischio di tossicità non descritte in precedenza abbiamo perseguito un obiettivo difficilmente raggiungibile nel breve periodo. Con tanto duro lavoro e immane perseveranza i risultati sono arrivati. Ora molto è cambiato in meglio: sempre più farmaci antitumorali sono stati resi disponibili negli ultimi 20 anni, basti pensare a tutto l’arsenale della targeted therapy e all’immunoterapia. Lo sforzo che i giovani ricercatori devono fare oggi è lo stesso. Con una differenza: l’adriamicina è un farmaco sintetizzato e sviluppato in Italia, mentre oggi vengono tutti sviluppati all’estero, sono assai costosi e sperimentati secondo indicazioni della industria farmaceutica. Credo che in uno scenario come quello attuale, in cui le alterazione genomiche sono la base per sviluppare la moderna medicina di precisione, l’Italia dovrebbe favorire con opportuni finanziamenti un piano per la genomica, come è stato fatto ad esempio in Inghilterra dal premier David Cameron nel e in Francia dal premier Manuel Valls. Anche il nostro Paese e la politica dovrebbero considerare il farmaco come un fattore di sviluppo e assumerlo come un fattore strategico».

Cosa serve per curare bene gli over 70

I dati sono lampanti: numero dei malati di cancro nella fascia d’età 75-84 anni è decuplicato negli ultimi 40 anni e per gli ultra 85enni l’aumento è stato persino maggiore. Dopo i 70 anni il rischio di tumore può essere anche 40 volte superiore a chi ha 20 anni. «Molti farmaci antitumorali, però, non vengono testati sui pazienti anziani che restano ancora troppo esclusi dalle sperimentazioni pur rappresentando la stragrande maggioranza dei malati oncologici – sottolinea Silvio Monfardini -. Resta poi cruciale imparare a gestire al meglio questa categoria di malati, tenendo presente le particolari necessità di questa popolazione, garantendo insieme qualità della cura e qualità di vita. E questo ancora non sempre avviene. La terapia deve essere stabilita valutando la singola persona e non solo l’età. Bisogna stabilire il trattamento più adeguato al singolo paziente considerando i suoi possibili punti di debolezza (spesso gli anziani soffrono di malattie come ipertensione, diabete, insufficienza renale o scompenso cardiaco), ma anche quelli di forza, visto che molti over 65 godono di buona salute».

16 novembre 2018 (modifica il 16 novembre 2018 | 17:37)

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