A cinque anni un neuroblastoma mi ha reso (in parte) cieca. Da allora è stato un percorso in salita, ma l’ho superato a testa alta e mi sono anche laureata con il massimo dei voti


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Mi chiamo F., sono nata un venerdì sera, alle 19.30, era il 1 giugno, e meno male, penso sempre, altrimenti avrei dovuto condividere la mia festa con la Repubblica Italiana… Non che mi sarebbe dispiaciuto, ma sono abbastanza gelosa delle mie cose! Sono nata, come dire, «normale», termine che detesto, ma così si definisce chi ha tutti e 5 i sensi a posto e si tiene eretto su due gambe. La mia diversità è subentrata nel 1995 con l’arrivo di un neuroblastoma, un tumore benigno al cervelletto che ha lesionato il nervo ottico. Avevo cinque anni, i miei genitori erano molto giovani, non oso immaginare quanto deve essere stato doloroso per loro… Io ero una bambina, diciamo che prendevo tutto come un gioco, anche il fatto di colorare gli album da disegno fuori dai «bordi» delle figure… un po’ meno il fatto che, dopo l’operazione, non riuscivo più a camminare da sola né riuscivo a stare seduta dovevano sostenermi.

Ma ricordo bene la felicità il giorno che uscii: era il 23 dicembre e io ho stampata in testa l’immagine di me vicino all’albero di Natale, con i capelli rasati, abbracciata al mio fratellino. Sì, perché sono fortunata, oltre ad avere due grandi genitori, ho anche un fratello meraviglioso (oltre che bello, ha due grandi occhi azzurri)  più piccolo di me di tre anni e mezzo. L’ho chiamata diversità, ho iniziato a detestare la parola disabilità e ancor più l’appellativo diversamente abile. Io sono diversa, ma la mia diversità per me equivale a ricchezza! Poi se ci pensate, siamo tutti l’uno diverso dall’altro, ed è bello così, o almeno dovrebbe esserlo, perché ognuno dovrebbe donare, arricchire l’altro.

Di fatto queste sono solo belle parole… Io sono diventata ipovedente grave, definita anche cieca parziale: dall’occhio destro non vedo più nulla, dal sinistro vedo un ventesimo al centro. Quando mi chiedono quanto veda, faccio sempre l’esempio della torta, perché così mi hanno insegnato le frazioni alle elementari. Pensate che il mio occhio sia una torta, dividetela in venti fette e prendete la fetta centrale. Ecco, quella fetta è quanto vedo io! Tutti credevamo che il mostro fosse stato sconfitto, invece era solo stato addormentato; un anno e mezzo dopo si svegliò, ma noi ( i miei genitori ed io), intrepidi guerrieri, ci recammo in America per un’operazione che speravamo fosse risolutiva. Mi «spararono» i raggi Gamma Knife in testa e «la pallina», così la chiamava mia madre in mia presenza per non spaventarmi, venne bloccata!

I bambini sono spontanei, possono essere tanto cattivi, ma di contro possono essere fantastici. I cinque anni di elementari, con i miei compagni di classe, li trascorsi in modo straordinario. Ero perfettamente integrata, li vedevo anche fuori orario scolastico, giocavo e persino correvo con loro! ancora oggi mi chiedo come facessimo considerando che spesso e volentieri erano i miei compagni di gioco  a finire a terra sbucciandosi le ginocchia! Il primo « scontro» vero e proprio con la mia «situazione» arrivò tra la terza media e il primo liceo, con l’adolescenza che bussava alla porta. I miei coetanei iniziavano ad uscire da soli, anche io rivendicavo la mia autonomia, così i miei genitori, che oggi ringrazio, mi misero in mano il bastone bianco e mi fecero fare un corso di orientamento e mobilità.

Appresi in fretta, ma i «guai» arrivarono quando dovetti incominciare a mettere la teoria in pratica nella vita di tutti i giorni. All’inizio vinse la vergogna nei confronti degli altri, non volevo farmi vedere con il bastone bianco, perciò all’uscita della scuola il bastone bianco  restava ben nascosto dentro lo zaino. Per una, due, tre volte presi l’autobus sbagliato, finii chi sa dove, recuperata da chi sa chi… una volta caddi persino, mi ferii la mano e il ginocchio, il sangue sembrava non dovesse smettere di uscire…mi recuperarono dei gentilissimi signori e chiamarono mia madre che si trovava in ufficio e che si impaurì molto. Da allora compresi che il bastone bianco non era un male, ma rappresentava la mia autonomia, chi avesse voluto avere rapporti  con me avrebbe dovuto prendere tutto il pacchetto che comprendeva il mio bastone bianco!

Da quel momento in poi è stato un percorso in salita, pieno di difficoltà, che però, anche con l’aiuto dei miei genitori, questo non bisogna dimenticarlo mai, ho superato a testa alta. Mi sono laureata entrambe le volte (triennale e magistrale) con 110 e lode. Alla magistrale anche con il «bacio accademico», cosa che mi ha fatto commuovere. Attualmente sono un funzionario dello Stato e da tre anni vivo da sola. Ho trovato la mia dimensione e direi che questa vita mi va abbastanza bene!

F.C.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin